Scrittrice per kosen-rufu

«Le persone di fede senza conoscenza, benché manchino di comprensione, hanno fede e otterranno l'illuminazione [...]. Con la fede e non con l'intelligenza si può entrare» (Lettera a Niike, SND, 4, 251).

L'ho sempre "saputo". Ho sempre pensato che intuizione, sapere e genio non bastano. Non per diventare felici. Pur perdutamente innamorata dei Leopardi e degli Hölderlin, delle Cvetaeve e delle Bachmann, dei Michaux e degli Ungaretti, dei Van Gogh e dei Modigliani, dei Mozart e dei Syd Barrett... non ne venivo mai del tutto conquistata. C'era dell'Altro, c'era un Oltre, soltanto non avevo le parole per dirlo.
Quando, sedici anni fa, iniziai a sillabare i miei primi Daimoku, sostituendo il mio Rilke del capezzale con il quarto volume del Gosho, che tuttora non so con quali soldi ho comprato, fu subito Giorno: ci sono! È il Sutra del Loto che mi mancava!
Ebbe inizio così (anche) per me l'Alba del Mondo. Primo Gongyo di Capodanno. Obiettivo zero: non smettere mai di praticare. Obiettivo 1: diventare una scrittrice per kosen-rufu. Provare con il mio lavoro che, come afferma il diciannovesimo capitolo del Sutra del Loto, «la cultura, il governo, il linguaggio e la vita quotidiana saranno in accordo con la vera Legge». Usare la parola scritta per trasmettere il senso della possibilità, la potenzialità assoluta, illimitata della vita, di cui io stessa mi stavo riappropriando. Ma se trasmettere, come insegna Ikeda, è "ricordare" e se «il ricordo è possibile perché la verità è sempre dentro di noi» (Saggezza, 1, 176) ciò che stavo per intraprendere comportava una rinuncia che neppure mi sognavo di poter fare.
Dovevo abbandonare il mio prezioso palazzo di carta e imparare a scrivere i miei libri con lo stesso spirito con cui Nichiren iscrisse il Gohonzon, in inchiostro di vita, trasfondendovi la mia anima, la mia esistenza tutta. In altre parole, dovevo iniziare la mia rivoluzione umana, scartare il superficiale per abbracciare il profondo. A cominciare dalla più improbabile delle sfide: illuminare i due mondi più insidiosi, Studio e Illuminazione parziale. Laddove il piccolo Io, concentrato su se stesso e le proprie, spesso superbe, capacità, tende a imperare, dimenticando che sono i tesori del cuore, il comportamento umano, a fare la differenza.
Scartare il superficiale per abbracciare il profondo richiede coraggio, un coraggio che nessuno pensa di avere. Per non cedere all'incantesimo delle sirene, mi tappai le orecchie di Daimoku e cominciai a scrivere e pubblicare con un solo chiodo fisso in testa: il mio maestro non può essere qui a fare questo, è impegnato in ben più ardue imprese; allora, proverò io a fare al suo posto! È qui che ogni volta da capo ripescavo il coraggio che non avevo. Non potevo di certo tradire un maestro che mi ricorda continuamente che le mie sfortune saranno le mie fortune e che il cosiddetto cattivo karma è l'espediente per insegnare la via della felicità a un altro. Con tale determinazione imparai man mano a domare le mie insicurezze più radicate, la sfiducia più paralizzante, il senso di inadeguatezza più subdolo, le voglie di fuga più incontenibili. E ogni volta fu uno scontro frontale, durissimo, da "spaccarsi la testa in sette pezzi" se per una fuga di convinzione e di coraggio avessi scordato la promessa. Perché avevo promesso, come nel capitolo Dharani del Sutra, avevo promesso che persino la mia parte più oscura e tormentata avrebbe servito e nutrito la Buddità. E ogni volta fu aldilà di ogni mia più pirotecnica immaginazione. Fu ottenere ciò che non avevo mai chiesto.
Fino all'ottobre 2006. Quando, ricoverata in ospedale per salvarmi la pelle, mi giunse una lietissima, insperata novella. Il mio primo libro tradotto in tedesco era appena uscito e occhieggiava dagli scaffali della Fiera del Libro di Francoforte! E questo libro si apre con un saggio radiofonico dove la Voce chiave è quella del nostro maestro Daisaku Ikeda. La Voce che, prima tra le voci del mondo d'oggi, svolge il lavoro del Budda. La Voce con cui ogni discepolo che veramente crede in ciò che pensa, dice e fa, dovrà sintonizzarsi. Premesso che si tratta di un "devo" lieve, sostenibile, ancorché rigoroso e laborioso; un "posso" perché "ho deciso".
Ma non finisce qui. Il 7 dicembre 2006 mi chiesero di presentare il mio libro in Italia, a Trieste. Quella sera a Trieste, città di carta per eccellenza, c'erano altri due appuntamenti letterari di ben più grande rilievo. Recitai Daimoku perché fosse uno zadankai - del resto era giovedì - e che tutti se ne andassero più contenti di com'erano venuti. Vennero in tanti, anche quelli che ruoli e dovere chiamavano altrove. Non c'è spazio per citare gli sms, le mail, le telefonate, i messaggi, scritti e detti, di lode e di ringraziamento per una serata "così bella, da farti pensare che c'è speranza". I fiori, i cioccolatini, i biglietti, i sorrisi, i baci e gli abbracci che ho portato a casa, sono andati tutti dritti davanti al Gohonzon. Accompagnati da un Nam-myoho-renge-kyo di gioia e gratitudine che dire non so. (K. L.)
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Commenti

  1. Grazie per questo fiore di fede, speranza e determinazione, avvolto dal velo lieve della poesia.

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  2. Letto nel attimo giusto del giorno specifico del periodo coerente con "Gli appunti" del Giorno. Grazie sentito a lei e a chi ha ideato questo blog. :)

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  3. Un Grazie da chi ha ideato questo blog. :)

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