Persone speciali

Pratico il Buddismo di Nichiren Daishonin da cinque anni e sono un'assistente scolastica presso un centro di formazione professionale per allievi disabili.
All'inizio dell'anno scolastico 2003-2004, il coordinatore mi assegna Maria, una ragazza che oggi ha venti anni ed è affetta da una gravissima malattia genetica progressiva: la neurofibromatosi. Vengo così a conoscenza della sua storia: una vita normale fino a quindici anni e poi l'esplosione della malattia, con conseguenti frequenti ospedalizzazioni per interventi chirurgici. Conosco Maria già ipovedente e quasi completamente sorda, vive tra casa, ospedali e ristrette relazioni sociali. Però è una persona speciale: combattente, spiritosa e intelligente e da subito andiamo molto d'accordo.
Con una particolare lente d'ingrandimento Maria è in grado di leggere e scrivere SMS con il cellulare: così ci teniamo sempre in contatto. Il mio impegno con lei va ben oltre l'orario lavorativo previsto: andiamo insieme al ristorante cinese o in pizzeria e a fare shopping, e piano piano divento una figura d'appoggio per la famiglia.
Durante il secondo anno scolastico la sua salute peggiora: altro intervento agli occhi. Da questo momento Maria vede sempre peggio, perde peso e diventa più fragile e più insicura nel camminare. In équipe prendiamo la decisione di fornirle uno strumento che le possa permettere di mantenere un rapporto con il mondo, anche quando non vedrà più nemmeno le ombre: le proponiamo, infatti, di imparare la lettura e la scrittura Braille.
La malattia continua ad avanzare e attraverso gli SMS comincio a farle conoscere Nam-myoho-renge-kyo: lei ne rimane affascinata. Una volta rimessasi da un delicato intervento alla testa, partecipa a una riunione organizzata apposta per lei. È molto contenta di partecipare e così recita Daimoku mentalmente per la prima volta, comunicando poi ai genitori di essere diventata buddista. Come prevedibile, Maria deve subire un ulteriore intervento, e la mamma mi comunica in lacrime che non c'è più niente da fare. È sera, raggiungo la mamma in ospedale e le chiedo di rimanere in stanza con loro. Recito Daimoku durante la notte, e anche questa volta Maria ce la fa.
Piano piano riprendiamo a studiare il Braille. Maria mi dice che recita spesso quella frase così difficile. Deve essere operata, questa volta alla colonna vertebrale, rischiando la paralisi, ma l'operazione riesce con successo, nonostante l'aspettino lunghi mesi di riabilitazione motoria.
Nel frattempo la direzione della scuola ci comunica che Maria non potrà iscriversi all'anno scolastico successivo perché ha compiuto i venti anni e perché le sue condizioni non le permettono di frequentare nemmeno saltuariamente né le lezioni né l'attività di tirocinio in azienda; purtroppo la scuola non è attrezzata per soddisfare gli attuali bisogni della ragazza. Discutiamo molto, perché ci sembra di abbandonare Maria a se stessa. Mi rendo conto che se non avrò ore per lei, diventerà tutto più difficile e il mio intervento sarà di puro volontariato, slegato da un programma deciso e monitorato da un'équipe.
La soluzione mi arriva dal Gohonzon. Dopo molto Daimoku mi appare chiara una possibilità: diventare io stessa insegnante di Braille! Mi trovo così a frequentare le lezioni con l'obiettivo di acquisire, a fine corso, un attestato di frequenza. Giovanni, l'insegnante, è non vedente e possiede, ovviamente, una sensibilità particolare.
Si accorge del mio impegno e della motivazione che mi sorregge. Inizia così un rapporto privilegiato che lo porta a seguirmi di più, a darmi consigli e compiti d'approfondimento a casa, che svolgo sempre nonostante il mio ostacolo più grande: i continui attacchi di emicrania.
Passano così settimane impegnative ma fruttuose e, verso la fine del corso, mi rendo conto che un semplice attestato di frequenza non sarebbe sufficiente per perorare in modo decisivo la causa di Maria. Recito molto Daimoku e decido come obiettivo l'acquisizione di un diploma che possa permettere l'abilitazione all'insegnamento della lettura e scrittura Braille.
Chiedo a Giovanni di vagliare la possibilità di sostenere un esame e la sua disponibilità a impartirmi lezioni extra a pagamento. Una sera la telefonata dell'insegnante dall'Unione Ciechi mi porta al settimo cielo: la causa è giusta e importante, l'esame si può fare! Giovanni si offre generosamente di impartirmi lezioni individuali di Braille, e per di più gratis.
In queste occasioni riesco ad approfondire con lui il tema della Soka Gakkai; diventerà per me una persona di riferimento incoraggiandomi con dedizione, generosità e ironia. Le lezioni di Braille sono finite e dato che il tempo stringe, sto aspettando con trepidazione che mi sia comunicata la data dell'esame. In questi momenti la frase di Gosho che più mi ha incoraggiato è stata: «[...] il viaggio da Kamakura a Kyoto dura dodoci giorni: se viaggi per undici giorni e ti fermi quando ne manca uno solo, come puoi ammirare la luna sopra la capitale? (Lettera a Niike, SND, 4, 245)».
Il 7 maggio partecipo, con un gruppo della Divisione educatori, a una riunione di recitazione e incoraggiata nel perseguire il mio intento decido un obiettivo chiaro: essere chiamata entro la settimana per sostenere l'esame. Il giorno dopo sono proprio a terra: in questa settimana l'Intendenza attribuirà gli incarichi e non ho ancora notizie dell'esame. Dopo il lavoro, recito due ore di Daimoku e alla sera decido di telefonare all'insegnante di Braille che mi conferma che è tutto a posto, ma che non aveva considerato la mia urgenza. La sua sensibilità gli fa percepire sicuramente la mia delusione e mi dice che mi avrebbe richiamato dopo mezz'ora. Passano i trenta minuti e il telefono puntualmente squilla: «Mercoledì 10 maggio alle ore 11 si terrà l'esame». E per me è un'esplosione di gioia!
Lettura, scrittura, domande didattiche di impostazione e di approccio al Braille, esercizi per il tatto. Io sono molto rilassata e l'esame fila via liscio senza intoppi. Finalmente è finita e ricevo l'agognato attestato che mi abilita col massimo dei voti. Arrivano le congratulazioni di Giovanni, soprattutto per aver conosciuto una persona "speciale", motivata e determinata a perseguire fino in fondo l'obiettivo che si era prefissata. È contento perché mi ha "visto" affrontare il linguaggio Braille con serietà, cosa questa difficilmente riscontrabile nei vedenti. Ci salutiamo calorosamente, e ci promettiamo di tenerci in contatto.
Ma tutto questo doveva essere solo una tappa: il mio obiettivo principale era quello di potermi ancora occupare di Maria. Il mio attestato diventa un titolo riconosciuto per poter accettare nuovamente Maria a scuola; mi vengono infatti assegnate quattro ore settimanali di insegnamento del Braille. A Maria è garantita una finestra sul mondo: potrà navigare in Internet e mettersi in contatto con tante altre persone. Il mio desiderio ora è che Maria continui a recitare Nam-myoho-renge-kyo e che possa vincere sul suo karma. (M. F.) (dati modificati)
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