Il paradiso non può attendere

La vita di Daniele, un chilo e cento grammi alla nascita, appesa a un filo. Luisa non si arrende e decide di vincere la battaglia usando il Gohonzon. Un’esperienza che ha incoraggiato tanti altri genitori a non smettere mai di sperare.

Ho aspettato di salire su un treno per prendere finalmente carta e penna e raccontare la mia esperienza, dopo quasi due anni che penso di farlo. Quando viaggio tutto mi sembra più fluido e più chiaro, è come se mi mettessi al passo con i miei pensieri, contemporaneamente in questi anni qualcosa di più è maturato dentro di me.
Pratico il Buddismo dal 2007 e in questi sette anni, le cose, una dopo l’altra, si sono rapidamente messe in movimento, non che prima non lo fossero, ma ora ho come l’impressione che ci sia un filo conduttore in ciò che vivo: nuovi orizzonti si aprono e mi sento più protagonista della mia vita.
Ho sempre amato viaggiare, il difficile era piuttosto posare le valigie e, sicuramente, non è un caso se mi trovo a vivere all’estero da quasi tre anni. Più il tempo passa e più sento che il Gohonzon è come una bussola che ci orienta verso il nostro vero io, in un modo spesso difficile da percepire nel momento presente, ma visibile nel corso degli anni, in un processo che via via va compiendosi.
La pratica buddista mi ha permesso di liberare subito più energia vitale consentendomi di prendere delle decisioni, di affrontare più direttamente certe tendenze di chiusura e pessimismo e rendendomi più fiduciosa (la fiducia era sempre stata il mio punto debole).
Forse i primi anni di pratica mi sono serviti a preparare il terreno per affrontare le difficoltà che sono emerse successivamente. Lavorare su di me mi ha consentito di creare un ambiente più favorevole, di dare la giusta importanza all’amicizia e alla famiglia.
Ho cominciato a recitare Gongyo e Daimoku mossa da un’insoddisfazione diffusa: relazioni, lavoro, carattere, e dall’incapacità di trovare una collocazione e comprendere cosa volevo veramente.
Tre anni fa, dopo numerosi miei spostamenti “geografici”, Marco ed io decidemmo di sposarci e di abitare insieme nella sua casa, nella quale anch’egli viveva da poco, dopo parecchi anni trascorsi a Londra e in giro per la l'Inghilterra. Nell’euforia della novità ero contenta di fare un’esperienza di vita all’estero, anche se mi rendevo conto solo vagamente delle difficoltà che avremmo incontrato in seguito. Nello stesso periodo mi accorsi di aspettare un bambino, evento del tutto imprevisto. Le emozioni forti non mancavano, i cambiamenti in vista nemmeno, in più non parlavo quasi per niente l'inglese. Finita la festa, partiti gli amici e la famiglia, in un momento in cui, in questo nuovo stato di attesa, sentivo di averne più bisogno, mi trovai di fronte ad una realtà da costruire da zero o quasi, in un clima di piogge e tempeste invernali. Dopo un altro trasloco ed un nostalgico viaggio in Italia, mi sentivo sommersa dalle emozioni. Spesso trovavo difficile reagire alla tristezza e accettare completamente la mia nuova situazione, anche la mia pratica diventò più debole. A cinque mesi e mezzo di gravidanza venni ricoverata d’urgenza in ospedale con un serio rischio di parto prematuro, in un momento in cui non ci sarebbe stata nessuna speranza di sopravvivenza per mio figlio. Passai una notte intera con delle contrazioni fortissime (forse è un caso, ma fu in occasione della marea più grande del secolo) a recitare Daimoku dentro di me per resistere.
L’indomani fui trasferita d’urgenza all’ospedale e qualche giorno dopo, a sei mesi giusti, nacque Daniele, pesava solamente 1170 gr. Quando penso alle due settimane prima della sua nascita, con la sua vita appesa ad un filo, rivivo ancora sia la sofferenza incredibile di quei giorni di paura, in cui sentivo vacillare la fiducia e leggevo e rileggevo il Gosho: La difficoltà di mantenere la fede, sia la netta sensazione di protezione, grazie alla costante presenza della mia famiglia, alle telefonate e ai telegrammi che arrivavano ogni giorno da amici buddisti, che mi hanno enormemente incoraggiata.
Subito dopo la nascita di Daniel, io e Marco prendemmo la decisione di rimanere in Inghilterra per tutto il tempo in cui il bambino doveva restare in ospedale, per stargli vicino il più possibile tutti i giorni, facendogli sentire la nostra presenza.
Contemporaneamente una ragazza che neanche conoscevamo, amica di un conoscente, mise la sua casa a nostra completa disposizione per un intero mese ed io potei trasferirvi il mio Gohonzon e cominciare la mia battaglia con il sostegno di mio marito. È stata una prova durissima, ho sentito la grande forza del Daimoku e della determinazione nel quotidiano, anche confrontandomi con altri genitori che vivevano la stessa esperienza e non reagivano nello stesso modo. Tuttora le infermiere e i medici si ricordano di noi, di Daniele e del suo box pieno di colori e musica. Di recente mi hanno confermato che siamo entrati nella storia del servizio di rianimazione, anche perché abbiamo inviato una lettera di incoraggiamento a tutti i genitori che passano di lì, ora esposta all’entrata del reparto.
È stato sicuramente quello il periodo più duro che ho vissuto, mi è sembrato a volte interminabile, ma «quando ti sforzi tanto duramente che il sudore scorre abbondante e sprizzi una saggezza che non avevi mai creduto di possedere, allora puoi rendere possibile l’impossibile».
Ho dei ricordi bellissimi della solidarietà costruita con mio marito, mia madre, mia sorella, il personale di servizio e con le persone che praticavano con me, con cui sentivo di aver creato un legame fortissimo. Sono cose che restano nel profondo, si riesce a capire veramente la sofferenza degli altri dopo che si è vissuta.
Dopo due mesi e mezzo tornammo tutti e tre a casa, anche se ancora con qualche preoccupazione per un problema di riflusso urinario, che ci costrinse a dare a Daniele degli antibiotici per un anno.
Adesso ha due anni, è guarito completamente dal problema urinario, senza bisogno di intervento chirurgico, anche se i medici mi hanno confidato che all’inizio non ci speravano. È un bambino sempre sorridente, ed è questa la prima cosa che tutti notano, senza sapere nulla di lui e del suo inizio difficile.
Quanto a me, dopo un periodo di grande stanchezza, di esaurimento fisico e nervoso, impegnata in questa nuova situazione familiare che mi assorbiva tanto tempo ed energia, iniziai a rendermi sempre più conto che la vita domestica non poteva bastarmi e che era importante trovare amicizie e interessi, oltre ad un lavoro che mi piacesse. Fu un’occasione per riflettere soprattutto su quali erano i miei “veri” interessi. Ho sempre amato i viaggi e il turismo, so di avere una grande curiosità. Un anno fa mi si è presentata l’occasione di fare un corso di formazione, organizzato dalla Cassa Nazionale dei Monumenti Storici, per potermi presentare all’esame di guida congressuale nella mia città. Grande ostacolo erano i due esami scritti in inglese di fronte a una commissione nazionale, previsti subito dopo un orale. All’epoca, quando ho cominciato la formazione, pensavo sinceramente di non avere alcuna possibilità di ottenere il diploma, visto che parlavo solo poco e male l'inglese e soprattutto non sapevo scriverlo. Ciononostante ho deciso di farlo, perché mi interessava e poi, solo più tardi, davanti al Gohonzon, ho determinato di andare fino in fondo e provare. Il risultato, completamente inatteso, è arrivato a gennaio di quest’anno: ho superato brillantemente gli esami e da poco ho cominciato a fare delle visite, in francese, nella mia città e nel periodo estivo potrò accompagnare degli italiani in tutta la regione. È un lavoro che mi piace, mi permette di incontrare gente e mi ha dato l’occasione di conoscere alcune persone con le quali ho un rapporto di fiducia e amicizia.
Sono sicura che questo risultato deriva, soprattutto, dalla decisione di andare fino in fondo, anche quando razionalmente pensavo di non farcela. Credo che questo lavoro rappresenti una grande prova concreta per la gente che incontro, perché non capita spesso di avere delle guide straniere. Ho ancora tanta strada davanti a me, anche perché questa attività non mi dà abbastanza denaro per vivere, ma ho sicuramente più chiaro qual è il mio scopo nel lavoro: mettere le mie qualità e le mie competenze al servizio degli altri. Credo che questa sia la soddisfazione più grande.
Ho ancora tanti obiettivi, ma penso che la verifica più importante sia di riuscire a vivere bene il quotidiano e le difficoltà insite in esso; solo così possiamo diventare veramente “liberi” e sperimentare qui e ora “il paradiso su questa terra”. (C.F.)(dati modificati)(foto di Giulietta)
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