Insieme per l'eternità

Ho conosciuto la pratica nel 2002 a Firenze. Lavoravo in una ditta di recupero crediti dove il 60% dei colleghi era membro della Soka Gakkai. Mi ero sposata da poco. Mio marito, da subito, aveva iniziato a recitare Daimoku partecipando agli zadankai.
Ogni volta che si parlava di Buddismo avevo sensazioni negative, non riuscivo a capire il significato della pratica. Ogni volta che Mario recitava in casa chiudevo la porta per non sentire. Provavo vergogna perché non comprendevo. Per iniziare volevo capire a cosa servisse. Quando eravamo a cena con i colleghi si parlava dei principi buddisti e facevo mille domande. Facevo finta di metabolizzare, o forse lo facevo in maniera inconscia. Soprattutto, trovavo sciocco dover recitare una frase per raggiungere degli obiettivi semplici. Tra me e me dicevo: "Ma io ho degli obiettivi da raggiungere?". La risposta era negativa. Pensavo di essere talmente realizzata da non dovermi porre domande. Questo mi allontanava dalla pratica buddista.
Dopo varie vicissitudini decidemmo con mio marito di trasferirci a Torino, la mia città natale, con qualche dubbio: stavo tornando sui miei passi? Trovammo subito la casa dei nostri sogni a un prezzo accettabile, mentre lui continuava a recitare in bagno e, giorno dopo giorno, mi dava prove concrete della sua pratica. Ogni giorno mi chiedeva se volevo recitare con lui, ma io rifiutavo. Io giustificavo tutto come destino.
A maggio del 2005 mio padre ebbe un incidente col motorino, nel quale restò gravemente ferito. Riportò un trauma cranico e venne portato in rianimazione. Al momento dell'incidente non ero a Torino. Quando mia madre mi chiamò presi la macchina e mi precipitai all'ospedale. Dal tono della telefonata avevo intuito la gravità della situazione.
Senza volerlo, in macchina, mentre correvo verso l'ospedale ho recitato per la prima volta Nam-myoho-renge-kyo.
Lo recitai a squarciagola. Avevo paura di non fare in tempo a rivedere mio padre vivo. Dopo una settimana di terapia intensiva si riprese per qualche giorno, giusto in tempo per dirgli che gli volevo un gran bene e di accudirlo per due notti. Rientrò in coma in seguito a una complicazione. In quei giorni recitai al suo fianco col desiderio che non mi lasciasse. Il 28 giugno si spense lentamente. Non riuscii a trasformare in quel momento la sofferenza e non fui in grado di sostenere chi mi era accanto. Credevo di non aver fatto il possibile. Sentirmi impotente non mi permise neanche di entrare nella camera mortuaria per dare l'ultimo saluto al mio babbo tanto amato. Da quel giorno smisi di recitare, avevo avuto la prova che la pratica non funzionava: avevo il desiderio che mio padre non morisse e invece, ormai, era morto.
Nel 2008 iniziai a lavorare in un call-center, dove condividevo la stessa stanza con 18 persone. Una sera, la mia vicina di tavolo, una ragazza che veniva da Alessandria, attirò la mia attenzione. Si girò verso di me, mentre eravamo al telefono con i clienti, mi guardò e, senza dire nulla, mi passò un biglietto con scritto Nam-myoho-renge-kyo. Rimasi senza fiato e la guardai facendo un cenno di approvazione con la testa. Da quel giorno lei è la mia migliore amica. Il suo modo di parlare di Buddismo e di capirmi mi faceva avvicinare sempre di più alla pratica, fino a quando una sera, andando a cena da lei, "mi presentò" il Gohonzon. Lì decisi di abbracciare la pratica per tutta la vita. Era il febbraio del 2009 e il 19 aprile 2009 ho ricevuto il Gohonzon  insieme a mio marito. Un'esperienza indimenticabile.
Ho ricevuto molti benefici dopo la decisione, anche se, secondo me, il beneficio più grande che ho ricevuto è stato quello dei compagni di fede di Terni, i quali mi hanno aiutato ad amare un po' di più la mia città.
In maniera particolare, mi hanno sostenuto per la morte di mia madre, avvenuta il 23 maggio di quest'anno. Ho recitato giorno e notte per la sua guarigione. Ho detto anche a lei di recitare per la sua salute e una o due volte l'ha fatto. Ho recitato con tutta me stessa, smettendo anche di lavorare per recitare più liberamente. Ho pianto davanti al Gohonzon quando dall'ospedale mi hanno chiamato per dirmi che non ce l'avrebbe fatta. Tutti i miei compagni di fede hanno recitato per lei in quei giorni. L'ultima notte di vita di mia madre, dopo aver sfogato con un interminabile pianto la mia disperazione, ho deciso di andare a casa di un membro a capire meglio i concetti buddisti e a recitare fino alle 2.30. Lei mi ha lasciato alle 4.35. Dopo notti insonni anche io mi ero rilassata e addormentata.
Grazie al Daimoku e alla decisione di abbracciare il Gohonzon per tutta la vita, ho trasformato la sofferenza della perdita di mia madre e anche quella vissuta per mio padre. Durante il funerale ho sostenuto mia sorella, mia nipote e i parenti di mia madre. Ho deciso subito, senza dubbi, di entrare in camera mortuaria per dare l'ultimo saluto a lei e per dedicarle il mio Daimoku. È stata un'emozione meravigliosa poter recitare il Daimoku liberamente a voce alta nella camera mortuaria mentre tutti i parenti ci guardavano fare Gongyo insieme a tutto il mio gruppo. Grazie alla pratica, grazie ai compagni di fede, grazie alla mia amica Alessia, grazie a mio marito che mi è stato sempre accanto, ma soprattutto grazie a me, che ho deciso per la mia vita.
Adesso, il suono di Nam-myoho-renge-kyo fa parte di me, mi dà gioia sentirlo recitare. Anche se sono passati pochi giorni dalla scomparsa di mia madre, sono serena, in pace con me stessa. Mi sento di aver fatto tutto il possibile per lei e di averla aiutata nel percorso, nel migliore dei modi, affinché non provasse dolore.
La sento vicina a me, anche se non fisicamente.
Quando il corpo fisico cessa di funzionare la nostra vita entra in una nuova fase, un periodo di latenza seguito dalla rinascita. Come scrive Daisaku Ikeda: "Secondo la visione buddista la vita è eterna e si reincarna continuamente, per cui il Buddismo considera la morte non tanto la fine della vita quanto l'inizio di una nuova esistenza (Il Budda nello Specchio, 139). (V.C.)(dati modificati)
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