Luci della provincia


È facile pensare che una piccola città di provincia sia la causa dell’infelicità. Ma la speranza di cambiare è veramente l’ultima a morire. È così che una ragazza del Palernitano dopo molti sforzi torna a sorridere alla vita.

Vivo a Firenze, ma vengo da un piccolo paese in provincia di Palerno. Dall’età di dieci anni sono stata sempre insofferente, sempre alla ricerca di qualcosa, di qualche stimolo. Spesso mi domandavo cosa ci facevo su questa terra, se poi non riuscivo a concludere nulla. Sono l’ultima di tante cugine già adulte, quindi ero molto coccolata, ma c’è sempre il rovescio della medaglia: qualsiasi cosa avessi fatto, doveva rientrare nel canone della “brava ragazza” perché la mia famiglia, come del resto tutti quanti in paese, dovevano rispettare “la Morale e il Giudizio della Gente”. Mi sentivo troppo spesso ripetere: «Da te, questo non me lo sarei mai aspettato!!!»
Tutto ciò mi ha molto condizionata e, ad un certo punto, mi sono ribellata: se mi dicevano di rientrare alle 21.00 rientravo a mezzanotte, se mi dicevano di non frequentare certe persone ci passavo intere giornate, e così via. La mia insofferenza aumentava: mi mancava quello stimolo che avrebbe dovuto spingermi a realizzare qualcosa di buono nella vita. Una sera la mia depressione era proprio al culmine, ed ecco che mi offrirono con insistenza un po’ di wisky. Mi sentii subito euforica, quasi felice e, finalmente, riuscivo ad essere allegra e divertente, credevo di aver scoperto l’America, riuscivo anche a stare bene con gli altri.

La mattina dopo, ecco un fortissimo mal di testa, e così “stonata” la cosa non mi sembrava più tanto divertente. Da quel giorno, spesso e volentieri, mi prendevo una sbornia, e mia madre non diceva niente, aveva smesso di parlare con me. Io, quando ero lucida, vedevo la delusione nei suoi occhi e questo mi faceva sentire in colpa. Un giorno un ragazzo mi disse che, per attutire i postumi della sbornia, avrei dovuto bere, la mattina dopo, quello che avevo bevuto la sera precedente, facendo diventare il tutto una sorta di circolo vizioso (che poi non sono riuscita a spezzare per tanto tempo). Si acutizzò, così, anche la paura dei ragazzi che frequentavo, e quindi le mie storie avevano la durata di una sbornia o giù di lì. Avevo in questo modo un’ottima scusa per trovare un colpevole ed io, naturalmente, sentirmi la vittima.
Dal 2000 in poi, ebbi un collasso nervoso e caddi in una depressione profondissima: vedevo tutto il mondo contro di me. Iniziò così un periodo bruttissimo, tra un neurologo e l’altro, tra uno psicofarmaco e una terapia che non portava a nulla.
Un giorno, dopo circa sette anni di questa assurda vita, mi telefonò l’unica carissima amica rimastami e mi chiese come stavo; io le risposi che stavo seriamente prendendo in considerazione l’idea del suicidio. Mi disse di aspettare almeno un altro po’ perché lei stava provando il Buddismo di Nichiren Daishonin. Se avesse funzionato con lei, bene, altrimenti l’avremmo fatta finita insieme. Dopo quindici giorni venne a parlarmene. È indescrivibile quello che ho provato quando ho sentito per la priva volta Nam-myoho-rengekyo. Ho avuto la chiara sensazione di aver trovato quello che avevo da sempre cercato. Ho sentito una gioia che ha percorso tutto il mio essere, per la prima volta ero felicissima di essere nata!!! Ormai ero convinta di non abbandonare questa nuova meravigliosa filosofia di Vita.
La mia amica mi scrisse la frase su un foglietto, mi dette un libretto di Gongyo e ripartì. Ne parlai subito a mia madre che, dopo tantissimo tempo, mi aveva vista per la prima volta sorridere e, grazie anche a questo, iniziò ad incoraggiarmi. Così, piano piano, imparai a fare Gongyo praticando sempre da sola per più di quattro mesi. Poi, da Palerno, arrivò un’altra amica che mi portò un foglio su cui era scritta una frase di Gosho: «Considera entrambe, sofferenza e gioia, come fatti della vita e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo, qualunque cosa accada. In questo modo sperimenterai una gioia illimitata derivante dalla Legge».
Da questa frase, che ripetevo continuamente dentro di me, è cominciata la mia rinascita. Il primo risultato è stato il rapporto con i miei genitori: ho ripreso a parlarci e loro, pur non praticando, incoraggiati dai miei cambiamenti mi sono stati molto vicini. Avevo, infatti, meno paura della gente, e la mia prima grande sfida fu quella di andare a una riunione a Palerno. La prima volta fu, ovviamente, il panico più completo. Ogni volta che partecipavo a una riunione dovevo fare due ore e mezza di pullman (se il tempo era abbastanza buono e non c’erano guasti, altrimenti il tempo aumentava). Però, ero felicissima perché al ritorno avevo sempre uno stato vitale altissimo, con una sempre rinnovata determinazione.
Circa un anno dopo ho conosciuto un amico di un paese vicino. Adesso eravamo in due, e poi lui aveva la macchina e la notte potevamo tornare comodamente a casa. Col tempo poi, il gruppetto si è allargato con il fratello di lui e una mia amica, e le riunioni erano sempre fresche ed allegre. Per quanto riguarda il giudizio della gente del mio piccolo paese, io ero semplicemente diventata un marziano, ma quello che mi faceva soffrire di più erano i miei vecchi problemi interiori, fino a quando un giorno ebbi occasione di parlare con un responsabile di Salerno che mi disse che io avevo paura di diventare felice. Gli risposi che era proprio matto, ma lui, imperturbabile, aggiunse: «Tu hai paura di essere felice perché sei abitutata alla sofferenza, è qualcosa che conosci bene. Al contrario, la felicità ti fa paura come qualsiasi cosa che non conosci».
Una simile rivelazione è stata come un pugno, perché aveva colpito proprio nel segno. Infatti, durante quell’anno di pratica solitaria, in un paese dove quasi nessuno mi salutava più (e questo era, ovviamente, un problema per la mia famiglia), dove si stava a guardare chi entrava ed usciva da casa mia, molte volte sono stata sul punto di smettere. Però, una forza interiore mi ha fatto sempre continuare. Intanto si era formato un piccolo gruppo ed io, che non ero neppure responsabile della mia vita, mi ritrovai a occuparmi del primo gruppo del mio paesello.
Poco dopo un amico, in seguito a un grosso problema, smise di praticare e fui colta dai soliti dubbi ed angosce fino a quando venni a sapere che una ragazza del mio paese, Amalia, era ammalata di cancro. Così, spontaneamente, iniziammo tutti a recitare moltissimo Daimoku per lei. Amalia era eccezionale, era sempre allegra e piena di determinazione, recitavamo insieme a lei quasi tutti i giorni anche sette ore di seguito. A marzo ebbi la possibilità di partecipare a un corso buddista di tre giorni: fui subito colta dal mio solito panico a causa della gente, ma Amalia, ancora una volta, mi incoraggiò e ci andammo insieme. Al ritorno, Amalia ricominciò a stare molto male. Con l’arrivo della primavera giunse la sua inevitabile morte. Noi del gruppo, in un primo momento non volevamo accettare questa realtà, ma ancora una volta Amalia ci ha lasciato un grandissimo insegnamento: recitando fino all’ultimo istante ha fatto sì che la morte la trovasse in uno stato di completa serenità, tantoché tutta la gente del paese, che venne a rendere omaggio alla salma, usciva incredula (il suo corpo, il viso, il sorriso, così luminoso, non sembravano appartenere a una persona morta di cancro).
Un mese dopo nel mio paese ci fu il primo Gohonzon. Continuavo comunque a mantenere il desiderio che quel mio amico che aveva abbandonato il Buddismo diventasse felice. Un giorno, proprio lui capitò a casa mia con una lettera del ragazzo di Firenze che gli aveva fatto conoscere il Buddismo e che adesso lo incoraggiava a ricominciare. Me la lesse e fece Gongyo con me. Da allora non ha più smesso. Io chiesi notizie un po’ più precise sulla persona che era riuscita ad incoraggiarlo così calorosamente, e venni a sapere che sarebbe venuta dalle nostre parti entro un mese.
Dato che ero anche un po’ stanca della mia solitudine, uno dei miei scopi principali era quello di trovare il ragazzo della vita. Mi sarebbe piaciuto che avesse condiviso i miei stessi ideali, la pratica buddista, che fosse piacente, e magari mi avesse offerto l’opportunità di cambiare ambiente. A luglio, come promesso, il mio amico venne a fare Gongyo con Paolo…
Oggi sono a Firenze, vivo felicemente con lui e a luglio prossimo, ci sposeremo. (G. P.)

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