22 giorni per tornare a vivere


«Non mi sono mai sentita, anche nei momenti più brutti e difficili, sola o abbandonata; avevo sempre questa grande arma con me che mi spianava la via e mi proteggeva».

Ho incontrato la pratica buddista nel 2005. Allora alternavo crisi di panico a depressione, la mia vita era improntata alla sopravvivenza quotidiana, era una lotta continua contro la paura di poter contrarre una qualsiasi malattia. Ho praticato questo Buddismo correttamente fino al 2005, poi, dopo un anno d'interruzione, ho ripreso nel 2006. In questi anni ho ricevuto una serie di benefici straordinari e inoltre la pratica mi ha aiutato a superare le crisi e a costruirmi una personalità più forte. Qualche anno fa sono stata colpita da una malattia gravissima, una di quelle malattie per le quali i manuali di medicina prevedono la morte o comunque periodi di ripresa molto lunghi, fino a due anni, con il rischio di gravi paralisi permanenti. Quello che vi voglio raccontare è come ho sconfitto questa malattia in ventidue giorni. La mattina del primo maggio al risveglio, ho capito subito che mi stava accadendo qualcosa di molto grave: ero semiparalizzata, non vedevo bene, dovevo sforzarmi per riuscire a parlare, ma dopo i primi momenti di panico inaspettatamente mi sono calmata, ho realizzato quello che mi stava capitando: era una manifestazione del mio karma e bisognava accettarla e affrontarla.

Ho pensato subito a uno degli insegnamenti più importanti del Daishonin: «Continua a recitare Nam-myo-ho-renge-kyo qualunque cosa accada» (Felicità in questo mondo, SDN, 4, 157). Il Daimoku e questa frase mi hanno accompagnata in ogni momento di questa avventura. Non mi sono mai sentita, anche nei momenti più brutti e difficili, sola o abbandonata; avevo sempre questa grande arma con me, che mi spianava la via e mi proteggeva. Mia sorella e mio cognato mi hanno prontamente portato all'ospedale dove sono stata visitata da molti medici, ma essendo una malattia rara, ognuno azzardava una propria diagnosi. Intanto io recitavo Daimoku per trovare un buon medico. Due medici avevano avanzato l'ipotesi giusta ma, essendo l'ospedale della mia città privo del reparto di neurologia, venivo trasferita a C... Il mio stato di salute peggiorava velocemente, ma io mi sentivo tranquilla: quando l'infermiera mi ha portato l'ossigeno non riuscivo altro che a provare gratitudine per lei, ero così piena di questo sentimento da non avere più spazio per la paura; mi angustiava di più l'idea che mia sorella non mangiasse né dormisse da tre giorni, che quella del mio diaframma ormai quasi completamente paralizzato che mi avrebbe portato di lì a poco a un arresto respiratorio. L'ultima cosa che ho potuto ascoltare è stata: «Le è rimasto poco tempo ma non abbiamo posto in rianimazione!». In questa frase ho potuto rivedere la mia vita e l'ho vista in tutta la sua bellezza! Era straordinariamente bella e completa, non l'avevo mai percepita così la mia vita, bella e unica, ma non nel senso di divisa o separata, era come se fosse un'unica vita della quale ogni essere vivente fa parte; in quegli istanti essa mi è apparsa in tutta la sua interezza, senza confini, senza perimetri; averne avuto così piena consapevolezza è stata un'esperienza straordinaria, ma anche dolorosa. Il dolore derivava dal fatto di non averlo capito prima, provavo un senso orribile di rimpianto, ma il Daimoku nella mia testa andava in "automatico" ed è stato un gran bene perché Nam-myoho-renge-kyo era l'unico pensiero che riusciva a lenire quel dolore. Ho ripreso coscienza per pochi secondi, ho capito di essere in elicottero e ancora quella sensazione di amore e protezione ancora più forte intorno a me, il medico e il pilota erano i miei shoten zenjin (divinità buddiste) e avevo solo voglia di ringraziarli, mi sentivo commossa per quello che facevano per me, ancora una volta dentro di me non c'era spazio per la paura. Come tante altre cose in questa vicenda, avrei appreso in seguito che l'elisoccorso si stava dirigendo a M..., quando uno dei due medici, che avevano fatto la diagnosi giusta, mi aveva fatto riportare a C... dove aveva già approntato il protocollo d'intervento per questa malattia che si chiama Guillame Barrè: si manifesta con una sofferenza simultanea e simmetrica di molti nervi periferici spinali, talora cranici, violentemente e all'improvviso. Era stata argomento della sua tesi di laurea.
Dopo qualche giorno di coma ho ripreso a respirare autonomamente, mi sono svegliata in rianimazione dove tutti gridavano al miracolo per la rapidità della mia ripresa. Intanto avvertivo che la sensazione del Daimoku non mi aveva mai lasciato, percepivo che i miei amici membri recitavano per me.
Sempre con il Daimoku ho affrontato la nuova sfida: uscire al più presto dal reparto di rianimazione e ce l'ho fatta con ben venti giorni di anticipo rispetto alle previsioni. Con il trasferimento in corsia ho dovuto affrontare nuovi ostacoli, non avevo ottenuto la camera singola, ero in una camera a sei letti, gli effetti collaterali dei farmaci erano insopportabili, avevo un dolore perenne e lancinante alla testa e su gran parte del corpo, la stanza era sempre piena di persone a qualunque ora del giorno, non riuscivo né a dormire né a recitare Daimoku, ho iniziato a odiare tutti e sono sprofondata in una terribile angoscia, anche perché i medici mi avevano prospettato un anno tra sedia a rotelle e stampelle. A questo punto ho avuto un grande incoraggiamento dai miei compagni di fede e soprattutto da mia cugina Maria che mi ha fatto comprendere che ciò che mi stava accadendo non poteva essere solo un incidente di percorso da superare e basta, ma doveva diventare un'occasione di crescita e di cambiamento per la mia vita, bisognava trasformare assolutamente tutto quel "veleno in medicina". Con grande sforzo decido che ce l'avrei fatta e inizio a recitare tre ore di Daimoku cominciando a guardarmi intorno (erano giorni che ignoravo la realtà circostante) e così mentre pratico mi viene in mente che forse il contrario della compassione non è l'odio ma la paura e per la prima volta da quando ero lì all'ospedale riesco a guardare la donna che occupava il letto accanto al mio: era in stato semicomatoso e aveva l'ossigeno.
Le chiedo il suo nome: «Paola», ero contenta perché ne conoscevo il significato e così gliel'ho detto. Intanto continuo a fare Daimoku come meglio posso per tutte le mie compagne di camerata, e così abbiamo iniziato a conoscerci, a raccontarci di noi, le incoraggiavo a pensare positivamente, a non lamentarci più e a essere determinate a voler lasciare l'ospedale al più presto. La signora accanto a me ha potuto mangiare qualcosa dopo giorni e iniziava a respirare meglio; abbiamo saputo che era stata scacciata da casa dai fratelli e che era stata ritrovata per strada sola e sofferente. Il solo fatto che qualcuno si stava interessando a lei facendole domande, aiutandola a mangiare e a bere, molto probabilmente l'aveva fatta stare un po' meglio. L'atmosfera della camerata era notevolmente cambiata: ridevamo spesso, ci scambiavamo confidenze e ci aiutavamo a vicenda e così quando l'infermiera è venuta a dirmi che la stanza singola finalmente si stava liberando le ho detto di darla a qualcun altro. Ogni giorno c'era un obiettivo da raggiungere: alleggerimento degli effetti collaterali, farmi togliere il catetere, diminuzione dei farmaci, muovere i primi passi e così fino al giorno in cui sono stata dimessa. Fra i complimenti dei tantissimi medici ne voglio ricordare due: uno dei due medici che avevano fatto la diagnosi esatta, un medico anziano, mi ringraziò perché in tutta la sua carriera non si sarebbe mai aspettato di vedere una tale risoluzione per questa malattia e un medico molto bravo del 118, nonché mio caro amico, mi spiegò che avrebbero dovuto cambiare le prescrizioni inerenti a questa malattia osservando come in un caso (il mio) la tempestività della cura avesse potuto ridurre drasticamente il rischio di morte e di paralisi permanente. Questa esperienza mi ha permesso di confermare l'incommensurabile potere del Daimoku, e dico confermare perché avevo già conosciuto la sua forza. Sento un profondo debito di gratitudine verso la pratica buddista e verso quelle persone amiche che, con il loro Daimoku, mi hanno prontamente sostenuto a C... come a Milano, a Roma, a Bologna, molte di loro senza avermi mai conosciuta. Ogni volta che ci penso non posso fare a meno di commuovermi e vi prego di credere che qualunque difficoltà si stia attraversando, quando recitare Daimoku costa sacrificio, ebbene proprio questo sforzo ci fa ottenere una grande ricompensa ed è proprio vero che nessuna preghiera rimane inascoltata. Questa esperienza l'ho raccontata il 5 ottobre scorso al primo corso di Buddismo organizzato a C..., davanti a una folta e commossa platea. Ecco come ho concluso il mio racconto: «Ricordo che in rianimazione avevo un pensiero fisso, che mi aiutava a combattere e a far passare quelle interminabili ore: immaginavo di trovarmi in una situazione come questa di oggi, mentre racconto l'esperienza, e dico ai compagni di fede: "Ce l'ho fatta, ho vinto!". E la realtà di oggi ha superato anche l'immaginazione!». (P. T.)(dati modificati)
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Commenti

  1. Meravigliosa! Grazie dal cuore

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  2. grande sei una gran budda :)

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  3. è veramente una bella esperienza!! grazie

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