La tentazione più grande


Sarebbe stato facile cedere alla tentazione di fuggire, licenziarmi in tronco o tornare in malattia, ma la mia tentazione più grande era vincere. Se dovevo lasciare quel posto, volevo farlo a testa alta, con una migliore opportunità lavorativa, scegliendo.

Ho iniziato a praticare il Buddismo nel 2002. Ho ricevuto da subito moltissimi benefici, relativi sia al mio equilibrio personale che alla qualità della vita, grazie alla pratica quotidiana, al supporto dei miei responsabili, dei miei compagni di fede e alla attività byakuren che ho sempre svolto.
Dopo la laurea in pedagogia, recitai tantissimo Daimoku per avere la possibilità di lavorare nel mio campo senza dover abbandonare la Sicilia, cosa che sembrava inevitabile; dopo un po' venni chiamata da una delle cooperative sociali più grosse della regione che aveva selezionato il mio nome attraverso una graduatoria dell'università, della quale non sapevo neanche di fare parte. La gioia iniziale si trasformò velocemente in panico: andavo ad affrontare una situazione che assolutamente non conoscevo, certo avevo sempre pregato per lavorare come pedagogista, ma davvero, al momento dell'assunzione non sapevo come! Decisi di onorare il mio maestro, Daisaku Ikeda, e il suo coraggio, "offrendo" al Gohonzon la mia fede e la mia paura: mi affidai completamente e intrapresi un'avventura bellissima che ha cambiato la mia vita.

Nel 2006, iniziai come educatrice, ma dopo appena tre mesi, fui chiamata a lavorare presso gli uffici della cooperativa, proprio in qualità di pedagogista, impiegata cioè nella gestione del personale e nella progettazione dei servizi. Mi buttai a capofitto in tutti i compiti che mi venivano assegnati, recitando Gongyo e Daimoku ogni giorno e lottando per sostituire la paura con la fede, facendo corrispondere sempre agli obiettivi del lavoro quelli dell'attività buddista, il senso di inadeguatezza della pedagogista con la determinazione che ogni volta sperimentavo come byakuren.
In quello stesso anno, accettai la responsabilità di un capitolo, mi impegnai a partecipare attivamente nelle offerte, piccole ma mensili, e decisi insieme alle mie corresponsabili di far ripartire l'attività di protezione in tutto l'hombu, incoraggiando la Divisione giovani a vincere nella loro vita. Contemporaneamente, nel lavoro mi venne affidata la responsabilità dei sette servizi più grossi gestiti dalla cooperativa, passai da un quarto a un settimo livello con un notevole incremento di stipendio, che mi permise di andare a vivere da sola, di arredare la mia casa come volevo, di comprare una macchina. Insomma la qualità della vita cambiava decisamente, proprio come la qualità della mia offerta. All'età di ventotto anni ero il coordinatore più giovane della Sicilia, avevo un curriculum invidiabile, ero molto apprezzata sia dai miei collaboratori che dalla presidente della cooperativa, una donna di quarant'anni, che a seguito della stima professionale che avevo guadagnato, instaurò con me un rapporto di amicizia. Mi gratificava moltissimo essere al centro della sua attenzione, i colleghi smisero di esistere, inevitabilmente iniziai a sentirmi superiore agli altri e a puntare tutto sulle mie capacità personali, che ritenevo ormai più che sufficienti. Non deludere le aspettative del mio capo divenne il mio pensiero costante, lavoravo anche dieci ore al giorno, imparavo da lei ogni cosa, era il mio punto di riferimento assoluto. Nei primi due anni ebbi una crescita professionale intensissima, ero sempre io a essere scelta per i corsi di formazione e come referente di tutto, ma piano piano il mio tempo libero diminuiva e chiaramente anche la mia disponibilità verso colleghi, amici e compagni di fede. La mia pratica buddista era rimasta costante ma priva di gioia, non avevo più obiettivi personali, né una vera lotta da portare avanti.
La grande occasione me la diedero proprio i miei colleghi più anziani, che infastiditi dalla mia arroganza e dal rapporto esclusivo che avevo col capo, iniziarono a osteggiarmi nel lavoro, a parlare male di me, ad accusarmi di tutti gli errori possibili, arrivando a far sparire documenti e denari per accusarmi poi di essere stata io a sottrarli. L'illusione in cui avevo vissuto si dissolse: il rapporto di amicizia con la presidente svanì nelle dicerie, mi convocò improvvisamente sospendendomi da tutti gli incarichi, proprio il giorno dopo che le avevo parlato del Buddismo. Inoltre, proprio quel giorno, poco prima di essere convocata, mentre concludevo le pratiche di uno dei corsi di cui ero responsabile, mi imbattei in un falso bilancio stilato dalla presidente e dal consiglio di amministrazione, con il quale si appropriavano in maniera fraudolenta di una bella somma di denaro. Ero disperata e delusa, da quella donna che avevo eletto a mio maestro e da me stessa, dalla mia stupida buona fede, dalla mia arroganza. Avevo paura, ero confusa e non sapevo che fare.
Tutti mi voltarono le spalle, passai "dalle stelle alle stalle". In ufficio si respirava un'aria pesantissima, nessuno mi salutava o mi parlava, venivo interpellata solo per rispondere di fantomatici errori, settimanalmente convocata dal consiglio di amministrazione per essere sgridata e pressata.
Ricevevo lettere di richiamo per tutto, venivo derisa per i miei abiti, per il mio taglio di capelli, per il peso, per cinque minuti di ritardo, per come rispondevo al telefono. Ogni richiamo aveva sempre e solo lo scopo di abbattere la mia autostima, compito facilissimo dato che mai come in quei momenti mi sentivo inadeguata anche a vivere. Tutte le mie paure divenivano concrete, le mie paranoie di professionista e di donna erano sempre presenti nelle loro risate, piangevo in continuazione, spesso anche chiusa nel bagno dell'ufficio fino a quando, per impedirmelo, fecero sparire la chiave. Ero vittima del mobbing, ma prima ancora... del mio karma. Questo era il percorso che da sempre seguivo nelle situazioni alle quali tenevo di più: iniziavo bene, proseguivo benissimo e finivo male!
Così nei precedenti lavori, così in alcuni rapporti di amicizia, così negli affetti. La mancanza di autostima, la paura di perdere tutto, mi portavano ad azzerare me stessa per assecondare le aspettative di chiunque altro, ma in questo modo, ogni volta "io" sparivo dal contesto e, inevitabilmente, permettevo all'ambiente di esistere al posto mio e agli eventi di prendere una forma contraria ai miei desideri. Non capivo niente di ciò che stavo vivendo, e ancora una volta, l'unica strada era affidare tutto al Gohonzon: decisi di ripartire da lì.
Iniziò un periodo durissimo. Recitavo due ore di Daimoku la mattina prima di entrare in ufficio e un'altra ora nell'intervallo per il pranzo per mantenere uno stato vitale elevato e la determinazione fissa sulla vittoria, qualunque fosse stata. Decisi di seguire un consiglio del presidente Toda, che incoraggia "a conquistare il terreno nella tormenta", e io nella tormenta c'ero senz'altro!
Mantenni questo ritmo di Daimoku e di studio costantemente per tutto il 2008, raggiungendo obiettivi insperati: nonostante gli attacchi quotidiani, riuscii a mantenere la calma e la stabilità di una condizione vitale che non avevo mai sperimentato prima; in quell'oppressione imparai a sentirmi veramente libera. Intanto, molte delle mie colleghe iniziarono ad avere gli stessi problemi di mobbing e a turno mi riavvicinavano e si scusavano. È stato bellissimo ricreare con loro una atmosfera di unità e fiducia, basata sul Daimoku e lo shakubuku che avevo fatto a tutte.
Alcune sono state licenziate, altre hanno intentato cause legali contro la cooperativa. Alla fine dell'anno, con lo scadere del mio contratto, la mia storia sembrava segnata, era chiara la loro volontà di licenziarmi, come anche la mia paura di dover rinunciare all'indipendenza. Non persi tempo a lamentarmi, determinai ancora una volta la vittoria, e inaspettatamente, alla luce di una specifica richiesta dei servizi sociali, furono costretti a inserirmi in un nuovo progetto sperimentale (del quale ero autrice, tra l'altro), e ad assumermi a tempo indeterminato con un livello ancora superiore!
Accettai la responsabilità di hombu e a settembre, decisi di fare un turno keibi al Centro culturale di Firenze, dedicandolo al mio maestro, con la promessa di fiorire come donna e professionista di valore.
I risultati non si fecero attendere: poco dopo il mio rientro, a seguito delle solite pressioni, iniziai ad avere degli attacchi di panico al lavoro. Fu terribile, non avevo mai sofferto di qualcosa del genere, il medico mi obbligò a stare a casa, iniziò il mio calvario tra psichiatra e medicine... ero distrutta! Continuavo a recitare Daimoku e a Capodanno decisi di vincere assolutamente; volevo mantenere la promessa fatta al mio maestro. All'inizio rimanere in casa fu difficilissimo, mi sentivo sconfitta, malata, volevo morire. Ancora una volta decisi di ripartire dall'attività: "offrii" al Gohonzon i miei attacchi, sfruttando il tempo che avevo a disposizione, mi iscrissi nuovamente all'università per conseguire una specializzazione di laurea. Pensavo di non essere di incoraggiamento a nessuno, ma proprio nel momento in cui mi sentivo più inutile, mio padre ha iniziato a praticare questo Buddismo. Abbiamo sempre avuto un pessimo rapporto, basato sulla violenza e la paura, dovuto anche al nostro senso di colpa e di inadeguatezza verso mia sorella che è disabile. Dopo otto anni di pratica, e un rapporto impossibile, mitigato solo dalla distanza, ho vissuto uno dei momenti più belli della mia vita, ridendo e piangendo davanti al butsudan con mio padre, a colorare insieme i disegni del "conta-Daimoku", cosa che non avevo mai fatto neanche da bambina. Mi ha incoraggiato tantissimo, ogni giorno mi ripeteva: «Figlia mia tu vincerai perché sei un leone». Non so descrivere cosa abbia significato per me, ma credo che si intenda questo quando il Gosho afferma "scambiare i sassi con l'oro".
Subito dopo mio padre ha iniziato a praticare anche il mio compagno. Dopo sei mesi sono definitivamente rientrata al lavoro, sorprendendo il medico che aveva indicato almeno un anno di tempo per uscire dalla depressione, ho incontrato una brava psicologa e non ho dovuto assumere farmaci.
Nell'ultimo mese passato in casa, iniziai a scrivere dei progetti, indirizzati alla gestione di servizi sociali, un sogno covato nel cassetto più remoto della mente, e a mandare una serie infinita di curriculum, azione per me difficilissima. Ho sostenuto anche il mio primo esame del nuovo corso di laurea, senza panico e ricevendo il massimo dei voti. Al mio rientro al lavoro, chiaramente le cose erano molto peggiorate, molte delle colleghe che conoscevo erano sparite e le nuove inserite erano tutte parenti della presidente, quindi chiaramente schierate!
Sarebbe stato facile cedere alla tentazione di fuggire, licenziarmi in tronco o tornare in malattia, ma la mia tentazione più grande era vincere. Se dovevo lasciare quel posto, volevo farlo a testa alta, con una migliore opportunità lavorativa, scegliendo. Senza lasciare spazio alla mente affidai al Gohonzon tutta la mia paura e affrontai il rientro e le sue difficoltà. Ancora una volta ebbi alcuni attacchi di panico, ma ero determinata al di là di tutto. Il nuovo periodo di malattia durò un mese, durante il quale ho continuato a lavorare e a scrivere i miei progetti e, per una serie di strane coincidenze, uno di questi è finito nelle mani dell'assistente sociale di Siracusa, che mi ha convocato. Tre giorni prima della data in cui avevo deciso di rientrare in ufficio, sono stata convocata dall'assessore al quale ho presentato il mio progetto per la realizzazione di uno sportello da inserire nelle scuole della città, per il supporto delle famiglie dei bambini disabili. Il giorno stabilito sono rientrata in ufficio e ho dato le dimissioni, pronta ad affrontare gli obbligatori quarantacinque giorni di preavviso nella tana delle tigri. La paura aveva definitivamente lasciato il suo posto al sogno e come in un sogno, quei giorni mi sono stati abbuonati, per cui dal giorno seguente ero legalmente svincolata da loro, dopo cinque anni, gli ultimi tre caratterizzati da una lotta che sembrava persa in partenza. Sono stata immediatamente contattata da altre cooperative per lavorare come coordinatore e progettista, ma ora determino io le modalità di collaborazione, i tempi, la retribuzione e dal momento delle mie dimissioni... non sono ancora riuscita a fare un giorno di ferie!
Nel futuro voglio concretizzare il finanziamento dello sportello, aprire uno studio tutto mio come mediatore pedagogico e conseguire la specializzazione di laurea.
Sono consapevole che assumendomi fino in fondo la responsabilità del mio karma davanti al Gohonzon, ho avuto il beneficio di poterlo trasformare in missione e oggi sono serena, grata all'organizzazione per avermi supportato, fiera di avere un maestro come il presidente Ikeda, che scelgo ogni giorno come unico punto di riferimento. Non ho nessuna paura del futuro, ho imparato che per la Buddità non ci sono limiti! Questa non è la fine della mia esperienza, ma solo l'inizio. (S.P.)(dati modificati)
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Commenti

  1. "Senza lasciare spazio alla mente affidai al Gohonzon tutta la mia paura" : grazie, è una testimonianza bellissima e cercherò di metterla in pratica. Aurora

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  2. grazie ,davvero esperienza importante!

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  3. Thank u very much!! Noi tutti ci ritroviamo nell'esperienza che hai vissuto, ma non tutti riescono a vincere!! Grazie a te, testimone della fede con la quale possiamo superare tutti gli ostacoli e vincere nella nostra vita, possiamo essere d'esempio e di incoraggiamento verso tutti!!

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  4. sto vivendo una situazione analoga..posso contattarti?

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  5. Grazie per il tuo racconto. Da forza.

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  6. Vorrei contattare l autrice di quest esperienza lascio il mio indirizzo mail envainm@yahoo.it Grazie

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