Una persona affidabile


«Mi spiegarono che si trovavano in difficoltà, che ero un uomo di grande esperienza e avevano bisogno del mio aiuto. Nessuno me lo chiedeva più da molto tempo. Poter essere utile a qualcuno mi faceva sentire di nuovo una persona».

I gravi problemi economici che la mia famiglia dovette affrontare alla mia nascita impedirono a mia madre di occuparsi di me, così fui affidato alle cure di mia nonna che viveva a Torino e trascorsi con lei i miei primi sei anni di vita. Col tempo cominciavo a chiamarla mamma, così lei pensò che era arrivato il momento di riportarmi dalla mia vera madre. Per entrambi la separazione fu una sofferenza indescrivibile. Passai intere giornate aggrappato a una porta piangendo e invocando il suo nome, ma lei non c'era più; adesso avevo un padre, una madre e un fratello che non conoscevo. Pian piano riuscii a capire e ad amare quelle persone. Finalmente avevo una famiglia, o almeno così credevo. Ma i problemi non si fecero attendere e la soluzione fu un altro abbandono. Fui affidato a vari istituti per altri sei anni. Un vero inferno fatto di violenze fisiche e psicologiche. Era davvero troppo! Non riuscivo a capire perché le persone che amavo continuavano ad abbandonarmi. Dovevo difendermi, e per farlo decisi di distruggere chiunque provasse a volermi bene. Poi gli istituti vennero chiusi, tornai a casa e mi trovai di fronte una nuova situazione angosciante: la mia famiglia era allo sfascio. Mia madre lavorava tutto il giorno, mio padre, disoccupato, tornava tutte le sere ubriaco sfogando le sue frustrazioni su di noi. Spesso scappavo per non sentirlo urlare. Era un incubo. Ho vissuto la mia adolescenza per strada, sfogavo la mia rabbia con la musica. Diventai batterista di professione.


A diciannove anni mi sposai, mia moglie era incinta e per me era il massimo. Un figlio significava una nuova famiglia, la mia famiglia. Mio figlio era nato per me e io gli avevo giurato amore eterno, tutto quello che io non avevo avuto; sapevo che lui non mi avrebbe mai abbandonato. Non ci volle molto per sentirmi di nuovo tradito dalla vita. Mio figlio si ammalava di continuo, un semplice raffreddore evolveva in broncopolmonite per la sua carenza di anticorpi. Era spesso in ospedale, sotto ossigeno. Avevo ventun'anni ed ero già distrutto dalle sofferenze. Avevo sottovalutato il lato oscuro della mia vita, quella parte che tempo prima aveva determinato fortemente la distruzione di tutto ciò che era bello. L'incapacità di sentirmi felice mi portava a scappare, rincasare tardi e passare giornate intere nella sofferenza. Colto dalla disperazione mi misi a pregare; ero ateo e il modello di fede vissuto nell'angoscia degli istituti aveva alimentato il mio odio per le religioni. Pregai con tutto me stesso rivolgendomi alla vita e chiedendo il perché di tanta sfortuna. Da lì a pochi giorni mi parlarono della pratica buddista.
Decisi di partecipare alla mia prima riunione perché la persona che me ne aveva parlato mi stava ossessionando e pensavo di levarmela di torno. Ma aveva recitato tre ore di Daimoku al giorno perché iniziassi a praticare e, per mia fortuna, vinse lui. La prima volta che vidi il Gohonzon sentii una grande gioia, tutti si mostrarono stranamente gentili con me, e io fui disarmato da tante attenzioni. Volevo verificare che non si trattasse di un'altra illusione, così mi misi subito a praticare chiedendo una prova concreta. Notai subito un cambiamento, mi sentivo più allegro, sereno, socievole. Tutti mi chiedevano il perché della mia trasformazione, così cominciai a parlare agli altri della pratica buddista pur non sapendo ancora esattamente di cosa si trattasse. Dopo appena tre settimane mi ritrovai tutte le mattine a recitare Daimoku a casa mia con quindici persone, tra amici e parenti, e non sapevo nemmeno fare Gongyo. La mia pratica da principiante accompagnava la lotta di mio figlio che guarì in soli tre mesi, con grande stupore dei medici, la cui prognosi prevedeva anni per una guarigione completa senza alcuna garanzia, nonostante l'acquisto di costosissimi vaccini all'estero.
Anche mio padre riuscì a smettere di bere e cominciò a lavorare contribuendo notevolmente alla ripresa economica della famiglia; io lasciai la musica per avviare una pellicceria. Ma, pur dedicandomi molto alla pratica e al lavoro, non riuscivo a decollare. Lavoravo per conto terzi, i soldi mi passavano davanti ma non erano i miei. Mi allontanai dalla pratica con la scusa del lavoro. Con l'avvento della crisi economica e delle campagne degli ecologisti, il settore della pellicceria fu uno dei primi a pagarne le conseguenze. Il mio lavoro diminuì rapidamente, malgrado tutto cercai di andare avanti pensando: «È solo un periodo, passerà presto, e poi io ho il Gohonzon, non ho di che preoccuparmi». Pagai sulla mia pelle questo atteggiamento superficiale. La ripresa non ci fu e presto accumulai una tale quantità di debiti che mi ci sarebbe voluta un'altra vita per risanarli. Pregai i miei dipendenti di cercarsi un altro impiego. Iniziò il buio; pur non volendo abbandonare completamente il Buddismo, mi sentivo incapace di praticare. Stavo malissimo, i fornitori e le banche mi stavano alle calcagna.
Dopo poco ebbi un collasso seguito da una profonda crisi depressiva che durò anni. Piangevo di continuo e vivevo costantemente nel terrore con attacchi di panico e un grande dolore che mi attanagliava l'anima. Non ero più autosufficiente, per spostarmi dovevo farlo con qualcuno, soffrivo di claustrofobia e agorafobia (paura sia degli spazi chiusi che aperti), non avevo più un posto sicuro, tutto intorno a me era paura e sofferenza. Mi bombardarono di psicofarmaci con scarsissimi risultati. Non riuscivo più a recitare Daimoku, l'angoscia mi bloccava la voce dopo appena cinque minuti. La mia incapacità di reagire mi mise tutti contro. I miei parenti mi attaccarono come iene: «Sei un fallito, la vergogna dei tuoi genitori, smetti di praticare, ti porta sfortuna, diventerai pazzo...». Li lasciai dire. Chiusa la pellicceria, mio fratello mi prese con sé a lavorare in un cantiere edile, mi pagava due lire e non perdeva occasione per ricordarmi che ero un fallito. Accettai in silenzio credendo che mi stesse aiutando. Così passai dalle sfilate di moda a spezzarmi la schiena per un lavoro che odiavo e che mi stava uccidendo. Mi abituai alla sofferenza pur non comprendendo il perché di tutto questo, mi ero sempre sforzato nella fede, avevo sempre praticato correttamente, almeno così credevo! Dove era l'errore?
Tutto quello che avevo costruito era miseramente crollato, ma il fatto di aver fallito nella fede mi recava una sofferenza maggiore. Il desiderio di praticare era rimasto sempre vivo nel mio cuore e lentamente ripresi a recitare sforzandomi ogni giorno di più. Poi ci fu la svolta: mi telefonarono per comunicarmi che mi avevano assegnato tre gruppi, poiché risultavo ancora responsabile di settore. Io non credevo di comparire ancora nelle liste della Soka Gakkai, dissi che non ero in grado di assumermi quella responsabilità, che facevo Gongyo a malapena. Mi spiegarono che si trovavano in difficoltà, che ero un uomo di grande esperienza e avevano bisogno del mio aiuto. Nessuno me lo chiedeva più da molto tempo. Poter essere utile a qualcuno mi faceva sentire di nuovo una persona. Accettai, seppur con molta fatica e carico di dubbi. Partecipavo alle riunioni senza intervenire, non riuscivo a incoraggiare nessuno, ma il mio sforzo incontrava sempre la gratitudine e il sostegno degli altri. Cominciai ad aumentare il mio Daimoku, rafforzandomi ogni giorno di più e determinando di avere quella fede coraggiosa cui spesso fa riferimento il Daishonin nei suoi scritti.
Poi passai all'azione: decisi di non accettare più soldi da nessuno e misi in vendita quanto avevo di più caro, compresi l'auto e la batteria. Ringraziai mio fratello e mi licenziai: dovevo rialzarmi da solo. Aumentai il Daimoku fino a tre ore al giorno e la domenica sei ore. Le cose iniziarono a cambiare, la depressione divenne presto un ricordo, la roba lasciata in conto vendita andava a ruba a prezzi elevati e senza che i venditori si trattenessero la percentuale. Lavoravo a giornata facendo i lavori più impensabili e guadagnavo bene. Ero felice, collerico e determinato, stati vitali mai provati prima. Recitavo Daimoku per riprendermi tutta la mia vita, ogni dettaglio. Anche l'ambiente mutò presto aspetto. Incontrai persone nuove che mi fecero capire l'importanza di modificare il mio atteggiamento. Ero inaffidabile, e questo le persone lo percepivano. Feci delle azioni concrete che apparentemente mi sembravano banali, come essere ordinato, ripiegare i vestiti e metterli a posto, arrivare puntuale agli appuntamenti. Presi l'abitudine di segnare tutto in un'agenda. Per me fu uno sforzo immane, ma che cambiò radicalmente il mio ambiente.
Grazie a una sostituzione capii qual era il mio lavoro: il lavapiatti. Proprio così, la ristorazione mi affascinava e anche se dovevo lavare i piatti, andava benissimo, quello era il mio posto. Capito questo, mi misi alla ricerca di un impiego fisso. Mi proponevo ai ristoratori come lavapiatti ma nessuno voleva assumermi per via dell'età. Fissai una scadenza: entro un mese, a partire dal 28 febbraio del 2000, dovevo aver trovato il mio lavoro di lavapiatti e guadagnare tre milioni al mese. Facevo attività buddista con questo obiettivo, con la convinzione che ogni turno al Centro culturale era una grande occasione. Il 28 marzo mi chiamarono da una pizzeria per sostituire il lavapiatti. Mi presentai puntuale. Alla stessa ora si presentò anche il titolare di una famosa enoteca fiorentina. Si mise a parlare con il proprietario della pizzeria facendo cenno verso di me. Poi si avvicinò e mi chiese se ero disponibile a incontrarlo il giorno dopo per un colloquio di lavoro. Quella sera lavai i piatti pieno di gioia, stupore e timore, ancora non capivo perché proprio io.
La mattina seguente, al colloquio, fui sincero. Dissi che facevo solo il lavapiatti e che non ero pratico di altre mansioni. «Sento che è una persona affidabile, mi disse, e voglio scommettere su di lei, non mi deluda». Era il primo marzo e venni subito assunto con contratto a tempo indeterminato, il mio ruolo non era il lavapiatti, ma il coordinatore di sala e cucina, il mio stipendio esattamente quello che avevo determinato, tre milioni mensili. Avevo vinto!
Sono trascorsi cinque anni da quel 28 febbraio e la mia vita si è completamente trasformata, mi sono scoperto una persona nuova. Oggi sono proprietario di una bellissima casa, ho saldato tutti i miei debiti e i soldi non sono più un problema. Anche il vino, che odiavo con tutto me stesso a causa della dipendenza di mio padre, è diventato la mia passione e il mio lavoro! Quelli che ieri mi credevano un fallito oggi mi definiscono il loro orgoglio e si chiedono come ho fatto a trasformare l'impossibile in possibile.
Ma c'è ancora qualcosa che vorrei raccontare.
Io avevo sempre recitato Daimoku per mia madre. Leggendo il Gosho avevo capito quanto fosse importante il senso di gratitudine per i propri genitori e che, se non trasformavo il mio rancore, non potevo guarire il mio cuore. La Buddità risiede in un cuore puro e forte e l'odio e il rancore oscurano questa condizione. Nel 2002, mia madre che allora aveva sessantotto anni, iniziò a non star bene, accusava problemi psicologici, non riusciva a ragionare, si era convinta che le sue gambe fossero malate e passava intere giornate seduta su una seggiola. La totale apatia era rotta dal sorriso che mi rivolgeva quando andavo a farle visita. In quel sorriso leggevo tutto il suo amore. Mi amava di un amore intenso e combatteva con la sofferenza del dolore che mi aveva involontariamente recato da piccolo.
Le sue condizioni peggiorarono al punto che sarebbe stato necessario intervenire con pesanti cure farmacologiche. Questo non potevo permetterlo, era stata la persona che, mentre attraversavo l'inferno, mi ripeteva sempre: «Non smettere mai di recitare quella frase» e lo diceva come il bisbiglio nell'orecchio di chi ti confida l'ultimo segreto. Recitai Daimoku e chiesi al Gohonzon di abbattere il muro di rancore antico che mi allontanava da lei.
Poi feci un'azione: dopo quarantaquattro anni baciai mia madre, non l'avevo mai fatto. La risposta alle mie preghiere e al mio cambiamento interiore fu immediata: dopo poco mia madre riprese gradualmente a camminare, diceva che le gambe non le facevano più male. Il suo viso si è trasformato e ora è bello e luminoso, i suoi occhi hanno ripreso a brillare. È guarita. È accaduto tutto così velocemente che ancora oggi non me ne rendo conto. Tutto il Daimoku che avevo recitato per lei le è ricaduto addosso come una improvvisa pioggia estiva, è bastato aprire il mio cuore. Finalmente ho una madre, mia madre! E grazie a questa esperienza ho guarito il mio cuore, ora ho la capacità di amare.
Ho un debito di gratitudine nei confronti di questa organizzazione e del Gohonzon. Certo è stata dura, ma è stata anche la mia grande fortuna. Attraversare l'inferno ti permette di comprendere meglio te stesso e gli altri, ti fa sviluppare capacità di compassione, ma ciò che più conta, ti fa capire che l'impossibile risiede solo nella tua mente. Tutti possono vincere; se si comprende quanto siamo importanti e indispensabili per l'umanità, tutti i nostri sforzi non saranno vani. (N.B.)(dati modificati)
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Commenti

  1. L'esperienza è favolosa, ma volevo ringraziarti per il tuo BLOG.
    E' veramente fatto bene.

    Arnaldo

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  2. Questa tua esperienza ha toccato le mie sofferenze...GLI UNICI LIMITI SONO QUELLI CHE METTIAMO NOI...!
    Grazie.

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