Liberi di "essere"


«Quando si arriva a una media età si rendono possibili vittorie personali accettando di perdere in "avere" per vincere in "essere" [...] è ciò che potremo sempre portare con noi»

Sentii parlare di Nam-myoho-renge-kyo nel 1999. Allora mia moglie e io svolgevamo il nostro lavoro di artigiani, fabbricanti di borsette. Con mia moglie Maria ho sempre condiviso tutto: quando scrivo "io" intendo sempre dire "io e Maria". Negli ultimi anni faticavo di più per le mie condizioni di salute. Infatti soffrivo fin da ragazzo di periodiche emicranie che, nei momenti di crisi acuta, mi impedivano di lavorare e mi condizionavano in ogni azione. Avevo dedicato la mia vita solo al lavoro. Non tanto per avidità di guadagno, ma perché era per me l'unica vita che avevo imparato: una forma di religione laica che poneva sopra a tutto il lavoro, la famiglia, i valori delle convenzioni.
Quindi io ero la mia ditta, ero la mia famiglia e, dico adesso per fortuna, ero anche la mia emicrania, che manifestandosi come handicappante sofferenza, è stato uno dei principali fili che mi hanno condotto a recitare. È stato Nam-myoho-renge-kyo la chiave per il cammino di liberazione dalla corazza di doveri che mi ero costruito, imprigionandomi da solo. È questo il mio passato di sofferenza per la salute e il lavoro. E soprattutto il devastante accadimento della morte di Simona, che ci ha lasciato a nove anni di età per un male incurabile. Eravamo immersi nella sofferenza, ma non siamo stati fermi nel dolore e abbiamo cominciato a cercare con fiducia un segno di continuazione della vita della nostra bambina.


Una persona di grande cuore, conosciuta all'epoca della malattia di nostra figlia, mi insegnò a recitare Nam-myoho-renge-kyo. Ma io dovevo lavorare e stavo perdendo fin troppo tempo per il mio mal di testa, quindi non potevo dedicarmi a questa stranezza orientale. Pensavo tra me e me: figuriamoci se mi vado a mettere con quei tipi! Tuttavia la nostra amica ci mise in contatto con questi buddisti e mi lasciai convincere ad andare a conoscerli, naturalmente con la massima cautela! Dopo un periodo di ripensamenti, cominciai ad accettare gli inviti alle riunioni. Non riuscivo a praticare granché, ma ascoltavo molto e non provavo alcun senso di lacerazione con la mia religione di origine. Venivo a scoprire che io ero la mia vita e riuscivo ad accettare che ne ero l'unico responsabile.
Nell'assumermi la responsabilità della mia vita trovavo gradualmente liberazione dal senso di colpa. Praticando sempre meglio capivo che non dovevo più vedere la mia vita come lavorare per avere e dopo esserne felice, ma invertire la formula: imparare a liberarmi dalla cronicità della sofferenza perché innanzi tutto dovevo accettare di essere comunque felice, in questo mondo e non poi, nell'altra vita, dovevo essere felice per me e per mia figlia che vegliava su di noi. Dovevo provare l'esperienza di essere grato. Ottenere dei risultati sarebbe stata la conseguenza. Nei primi tempi ho sperimentato dubbi, ma ho sempre trovato dei compagni di strada che con dedizione mi hanno insegnato, incoraggiato, guidato, altrimenti da solo non avrei potuto continuare. Ho avuto dalla pratica corretta verifiche concrete, sia piccole e quotidiane che più grandi nel tempo; sono state essenziali perché determinassi tutti i giorni, sempre, di ricominciare da capo.
Ricordo con forte gratitudine come riuscii, con la pratica di Nam-myoho-renge-kyo, a risolvere per la prima volta una delle mie ricorrenti crisi di emicrania. Avevo speso tanti soldi in medicine, sia tradizionali che alternative, per uscire da questa sofferenza, ma nessuna cura era riuscita a darmi sollievo. Non speravo più in una soluzione del problema e lascio immaginare la gioia che provai quando, durante una lunga notte di emicrania, riuscendo con sforzo a recitare Nam-myoho-renge-kyo, nel giro di un'ora riuscii a liberarmi del dolore. Sapendo che questi dolori avrebbero potuto durare per un periodo minimo di ventiquattro ore o sino a tre giorni, per me la cosa era incredibile!
Avevo la prova concreta, potevo risolvere direttamente i problemi: tutto dipendeva da me. Molte persone quando racconto l'esperienza del mio mal di testa, dicono che si tratta di un beneficio ottenuto grazie alla forte fede. In realtà allora era così poco tempo che praticavo, che l'unica cosa forte che provavo erano i dubbi! Comunque senza conoscenza di studio, con tanti dubbi e senza grande fede ho vinto, recitando Daimoku e basta. Solo io, la mia sofferenza e il Daimoku!
La mia salute migliorava costantemente. La "tendenza karmica" al mal di testa non si era ancora completamente sciolta, ma stava assumendo una funzione di protezione perché ritornava quando la pratica lasciava a desiderare, come un segnale d'allarme per rimettermi in cammino con una pratica più corretta.
Intanto la ditta dava segni di fragilità. Ne parlai con un responsabile che con grande delicatezza ci fece l'esempio del pescatore che, non trovando più pesci nel tratto di mare dove naviga, deve condurre la sua barca verso mari più pescosi. Ma i semi della saggezza avevano bisogno di tempo e di molta pratica per germogliare. Più lavoravamo e più ci si sforzava di mantenersi a galla, più si sprofondava nelle difficoltà aziendali. Non riuscivo a capire come avevo potuto perdere il controllo della situazione. Dovevo continuamente incrementare i fidi delle banche che erano ben felici di accordarli perché offrivo garanzie concrete. Ma questi fidi erano come un veleno che rischiava di avvelenare la ditta e noi medesimi.
Mia moglie aveva già manifestato la sua intenzione di chiudere l'attività, ma io non sapevo da che parte cominciare perché ero paralizzato dalla paura. Chiesi consiglio a una responsabile che mi fece capire che avrei potuto rinunciare a questa estenuante ricerca di soluzione e provare a vedere con chiarezza quale sarebbe stata l'ipotesi peggiore. Bastava poi invertire la direzione e fare il contrario del peggio, che sarebbe stato il meglio. Rimasi colpito dalla semplicità di questa prassi e iniziai a vedere bene la soluzione peggiore, che era poi quella di rimanere attaccati a oltranza alla ditta ponendomi alle dipendenze delle banche.
Con un ulteriore anno di pratica corretta e di azioni abbiamo concluso tutte le operazioni per chiudere la nostra ditta e ogni giorno ringrazio il Gohonzon per essere riuscito a farlo nella maniera migliore e nel momento più giusto per noi. La vittoria consiste nell'aver accettato senza illusioni la realtà oggettiva e aver trovato la forza e l'atteggiamento giusto per rinunciare a determinati attaccamenti, molto duri da mollare, tra cui in prima linea l'azienda, che si stava prendendo la nostra vita, e poi accettare di rinunciare a una mia proprietà che era in usufrutto a mia madre. Lei è venuta a vivere con noi, realizzando un ulteriore beneficio perché adesso non è più sola e forma una famiglia con noi. Abbiamo vinto l'avidità inconscia; abbiamo liberato la nostra vita! È stata dura, c'è voluto molto Daimoku, ma abbiamo sicuramente deciso il meglio, per la felicità e la libertà della nostra vita.
Questa è la nostra esperienza e il nostro sereno giudizio finale. Ho imparato ad accettare con fiducia, come una sfida, i problemi: ognuno di essi nasconde un beneficio. Ho imparato che non c'è nulla di esterno da cui dovermi difendere perché tutti i nemici sono demoni dentro la mente, come l'orgoglio, il pregiudizio, l'arroganza, la paura, la pigrizia o l'egoismo degli attaccamenti, la rabbia, i dubbi, il tedio, i sensi di colpa, le chiusure, i confronti, i rancori, la presunzione, la vergogna, la paura di vivere! Ho imparato a perdonarmi del passato e a non avere più dubbi per il futuro. Quando si arriva a una media età si rendono possibili vittorie personali accettando di perdere in "avere" per vincere in "essere". L'essere della nostra vita e delle relazioni che abbiamo create è ciò che in effetti potremo sempre portare con noi. Anche a cinquantasei anni si può sempre ricominciare con gioia: la gioia di Nam-myoho-renge-kyo!

P.S. La liberazione dall'emicrania, dopo la prima "folgorante verifica" che per me il Daimoku funzionava, è comunque avvenuta gradualmente nell'arco di cinque anni circa; con il calo dell'intensità del dolore e la rarefazione degli episodi nel tempo.
Ero molto contento anche se la guarigione era del 95%. Mi tornava l'emicrania la notte e dovevo alzarmi e recitare Daimoku. In occasione della Mostra dei diritti umani tenutasi a Genova, fui invitato a partecipare come "cicerone". Mi buttai per gratitudine verso il Gohonzon, anche se tutto avrei voluto fare meno che questo tipo di attività, per il mio carattere chiuso.
Finita l'attività, mentre passavano le settimane, mia moglie mi fece notare che da un po' di giorni non mi svegliavo più per recitare anche la notte! Era proprio vero! Pur non avendo chiesto questo beneficio, il Gohonzon mi stava regalando una grande lezione di saggezza: mi aveva portato alla soluzione assoluta dell'emicrania, non più al 95%, ma al 100%, completamente! (A.S.) (dati modificati)
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