Anche la musica è cambiata


"Un serio problema al braccio destro non le ha impedito di suonare la chitarra. Ma proprio quando i risultati eccellevano, è iniziato un lungo supplizio. Alla prima riunione buddista, S. ascolta una melodia sconosciuta che la intriga e da quel momento..."

La mia storia potrebbe iniziare proprio dalla mia nascita. Sono nata con il forcipe, ho subìto una paralisi ostetrica al braccio destro e ho trascorso i primi sei mesi di vita ingessata.
I miei genitori, nonostante non vivessero in condizioni economiche agiate, spendevano tantissimi soldi per pagarmi il massaggiatore e le cure, perché, appena tolto il gesso, il braccio era completamente inabile. Divenuta più grande furono necessari busti, scarpe ortopediche, reggispalle e ginnastica correttiva, poiché il problema investiva anche tutta la colonna vertebrale. Ero seguita soprattutto in un centro di riabilitazione per portatori di handicap e quello era per me un luogo infernale. Comunque ero una bambina “modello”: bravissima a scuola, silenziosa e gentile, anche se soffrivo di depressione: piangevo senza una sostanziale giustificazione e spesso desideravo morire.


A circa 13 anni cominciai a suonare la chitarra, perché il braccio, nonostante fosse un po’ più piegato e più corto di 3 centimetri rispetto all’altro, non mi dava più eccessivi disturbi. Le amorevoli cure dei miei genitori e dei miei nonni avevano fatto sì che potessi muoverlo; e io facevo proprio finta di niente: non volevo vedere il mio problema e sognavo che sarei diventata una grande concertista, confortata dai successi che conseguivo suonando, nonostante fossi giovanissima, in varie manifestazioni.
Dopo la laurea in lettere avrei dovuto conseguire il diploma di chitarra in conservatorio. Invece, mentre stavo suonando, uno strappo tra l’indice e il medio della mano destra, mi proibì di continuare; immediatamente il dolore si espanse per tutto il braccio fino a impedire gran parte dei movimenti. Ospedale, gesso, terapie costose in una clinica specializzata di Roma: per due mesi un vero supplizio e il dolore non accennava a diminuire, anzi peggiorava. Il problema che per qualche anno avevo cercato di ignorare si era presentato di nuovo in tutta la sua drammatica realtà, facendomi cadere in uno stato di depressione assoluta, perché in quel periodo la musica era tutto per me.
Proprio durante i viaggi per curarmi incontrai sul treno una mia amica di liceo che mi invitò ad una riunione. Quella sera ero lì, col braccio destro di nuovo ingessato, attratta dalla sonorità meravigliosa del Daimoku, una “musica” che non avevo mai sentito prima. Insomma, vinte le forti resistenze, cominciai a praticare il Buddismo.
Recitavo Daimoku quando potevo: perfino nella sala d’attesa della psicologa, da cui andavo per curare gli stati depressivi e alcune fobie che mi tormentavano. Iniziai a praticare il Buddismo anche per liberarmi da queste sofferenze e dopo poco tempo mi divertivo a vedere se avevo ancora paura di questo o quello. Persino il mio psicoterapeuta mi consigliò di continuare a seguire il Buddismo, dati i sorprendenti risultati che non avevo mai ottenuto prima.
Per quello però che riguardava il problema del braccio, non avevo nessuna fiducia nel Daimoku che facevo. Ero comunque estremamente decisa a superare l’esame di diploma.
Mi feci visitare da un mio amico medico, che finalmente mi individuò la causa “scatenante” del problema: lo schiacciamento delle vertebre cervicali, dovuto agli sforzi sostenuti dal mio debole fisico per scrivere la tesi di laurea e per preparare l’esame di chitarra. Iniziai subito una cura adeguata e a settembre, incoraggiata dal mio maestro e dai medici, superai l’esame proprio con il voto che volevo!
Poco dopo vinsi una selezione nazionale per giovani musicisti a Roma, due riviste chitarristiche di Milano mi permisero di pubblicare articoli tratti dalla mia tesi e venni assunta come insegnante di lettere in un liceo linguistico della mia città. Questo era un lavoro che detestavo, andavo a scuola come se fosse il patibolo. Alla fine dell’anno diedi le dimissioni e decisi di dedicarmi completamente alla musica.
Non avevo fatto i conti con il mio problema, che non era affatto risolto: dopo appena venti minuti di studio mi piegavo in due, sudavo freddo e le lacrime scendevano da sole per il dolore. Facendo come al solito finta di niente provai a fare un concorso chitarristico in Puglia, ma suonai malissimo. Riflettei profondamente su quello che avevo fatto e mi resi conto che avevo rinunciato all’insegnamento per evitare di sforzarmi. Decisi di ritornare a scuola e di dare lì il 100 %, sulla base delle parole del Gosho: «Considera il servizio al tuo signore come la pratica del Sutra del Loto».
Di lì a poco venni chiamata per una supplenza. Era una scuola media con ragazzi molto turbolenti, ma il mio atteggiamento era cambiatissimo: andavo a scuola contenta. Da allora non ho mai rifiutato una supplenza, ho insegnato in tutti i tipi di scuola, persino in una casa penale, dando sempre il massimo per creare rapporti significativi con ogni persona e ho anche conseguito tre abilitazioni per insegnare lettere e musica.
Come risposta al mio sforzo su quel lavoro che non amavo, ho effettuato per tre volte registrazioni come chitarrista per le prime due reti radiofoniche RAI, sono arrivata in finale in un concorso nazionale chitarristico a Parma e ho tenuto concerti e conferenze in varie città. Tutto ciò mentre stavo insegnando a scuola, anzi sono stata sempre incoraggiata dai mei alunni, ai quali dedicavo i brani che avrei suonato!
Era venuto il momento di pensare seriamente all’Accademia Chigiana di Siena, dove ogni estate confluiscono giovani musicisti da tutto il mondo per perfezionarsi con i migliori maestri. Ci ero andata per la prima volta tre anni prima di iniziare a praticare il Buddismo, e avevo pianto disperata: sentivo che non avrei mai potuto farcela ad entrare. Gli allievi erano bravissimi a suonare ma sembravano troppo competitivi e chiusi tra loro.
Dopo la cerimonia di gojukai entrai nel corpo byakuren e decisi di realizzare lo scopo “impossibile”: essere ammessa a frequentare il corso (c’è una forte selezione all’esame) per trasformare quell’ambiente e fare kosenrufu tra i chitarristi.
Sono riuscita a entrare come allieva effettiva, ho partecipato al saggio finale e ad altre manifestazioni organizzate dall’Accademia, ma soprattutto si è creato un clima meraviglioso fra tutti i ragazzi del corso e anche con il maestro. Inoltre ho parlato tantissimo del Buddismo, anche a tre, quattro persone al giorno; l’ho sempre considerata la “punta di diamante” della mia pratica buddista: molti miei amici hanno ricevuto il Gohonzon.
Chissà, forse proprio l’azione di scrivere ripetutamente Nam-myohorenge-kyo con questo braccio destro mi ha permesso di realizzare una specie di “miracolo”. L’anno scorso ho iniziato una terapia nuovissima, e grazie all’impegno della mia terapista sono riuscita a far funzionare il braccio destro proprio come l’altro e ora anche visivamente sembrano uguali. Posso studiare ore e ore al giorno la chitarra senza supporto e senza nessun dolore, posso alzare il braccio fin sopra la testa, scrivere pagine e pagine, lavare il pavimento... insomma è proprio SANO!!
Ora ho fiducia assoluta in Nichiren quando dice che: «Si può cambiare il karma immutabile, figuriamoci quello che è mutabile».
La mia tendenza alla depressione mi portava ad attaccarmi in modo platonico e ossessivo a un uomo, anche e soprattutto se questa persona era impossibile o non si interessava a me. In realtà avevo paura di un rapporto stabile che coinvolgesse anche il mio fisico, quindi ho sempre vissuto storie “di testa”, scrivendo poesie o canzoni per questo o quel ragazzo di cui facevo il mio pensiero fisso. Le persone sincere, interessate a me, i cosiddetti “bravi ragazzi” mi spaventavano perché io avevo bisogno di star male. La sofferenza per gli amori non corrisposti era un mezzo per contrastare la mia innata depressione o forse, per giustificarla. Il mio oggetto di culto, ora è soltanto il Gohonzon. Proprio durante l’inseguimento di una di queste mie chimere sentimentali, ebbi un incidente che avrebbe potuto costarmi la vita. Questo incidente scatenò le ire dei miei genitori, i quali, da sempre ostili nei confronti della pratica, attribuirono a questa la responsabilità dell’accaduto e non, com’era vero, alla mia stupidità. M’imposero quindi di chiudere il Gohonzon, minacciando di distruggerlo. Mi venne consigliato di essere presente fisicamente e psicologicamente in famiglia: in realtà, in tutti quegli anni i rapporti con i miei familiari erano stati molto superficiali. Spesso entravo a casa, li salutavo appena e poi mi “fiondavo” in camera, magari a recitare Daimoku, oppure al telefono. Inoltre, le terapie psicoterapeutiche cui mi ero sottoposta in precedenza avevano sviluppato in me un forte rancore per i miei genitori, che consideravo la causa prima di ogni mio problema.
Per circa un anno e mezzo ogni mese chiedevo loro di riportare a casa il Gohonzon ma invano, però la risposta era sempre meno violenta. Alcune amiche mi chiedevano perché non me ne andassi a vivere per conto mio, ma sentivo che quella sarebbe stata solo una soluzione di compromesso (oltre che poco saggia perché non avevo altri motivi né la possibilità per farlo) e che il mio karma avrebbe potuto presentarsi di nuovo: volevo riportare il Gohonzon a casa, al posto suo, a qualsiasi costo. Recitai anche 5 ore di Daimoku, il sabato e la domenica, intanto sistemavo tutta la mia camera. Era un lavoro per me faticosissimo, ma sentivo di farlo per il Gohonzon, come se stessi preparando la stanza per una persona cara.
Per una circostanza fortunata ebbi l’opportunità di incontrare il presidente Ikeda a pochi metri di distanza: sono rimasta colpita dal fatto che il suo sguardo è pieno di compassione, ma al tempo stesso la sua voce è ferma e determinata, ricca di forza vitale: è difficile unire entrambe queste caratteristiche. Decisi allora di parlare a mia madre con lo stesso sguardo e la stessa voce di Ikeda. Dopo pochi giorni, parlai con mia madre, iniziando il discorso sinceramente: «Ti voglio bene».
Parliamo per circa un’ora: ci diciamo tutto, ci commuoviamo, un po’ gridiamo, ma sento che la mia voce è ferma e lo sguardo è pieno di benevolenza. Alla fine mia madre si convince. Con le lacrime agli occhi corro immediatamente a riprendere il Gohonzon per riaprirlo nella mia stanza.
Vorrei concludere con una frase di Ikeda che mi ha sempre incoraggiato moltissimo: «La vita è lunga: qualunque cosa accada, non essere impaziente. Abbi fiducia che la strada che percorri ti condurrà sicuramente a una vittoria senza rimpianti». (S.C.)(dati modificati)
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