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giovedì 24 dicembre 2009

Il rispetto in pratica

di Gianna Mazzini


Ciò che impedisce di rispettare una persona è non vederla per quello che è. E' catalogarla, giudicarla, farne un'astrazione riconducibile a un modello sulla base del quale costruire regole. Ma il vero rispetto si basa sull'eccezione.

Quel ponte tra realtà e immaginazione

Quando ho iniziato a praticare ero incapace di concepire obiettivi. Non sentivo neppure i miei desideri. Figurarsi arrivare a "progettare". Ero totalmente passiva. Come se la mia vita non mi appartenesse. Troppa paura per poter scegliere, troppa insicurezza per determinare. Poiché non mi muovevo non mi conoscevo. Non avevo idea a cosa volessi dedicare la mia vita. E a forza di non agire la mia vita si era completamente bloccata.
La realtà era qualcosa di separato, lontana e impenetrabile come un macigno. Quanto a me, tanto la mia vita scorreva altrove, proiettata sullo schermo della mia immaginazione.
La verità è che soffrivo terribilmente. Di una rabbia feroce contro me stessa, e di impotenza. Mi odiavo per non avere la forza di reagire, di salvarmi, di uscire. Jigoku è il termine giapponese che esprime lo stato vitale di Inferno: una "gabbia". Quando l'ho letto per la prima volta sono rimasta folgorata dall'esattezza della definizione.
Poi, un giorno, ho iniziato a praticare. Fin da subito recitando molto Daimoku. Avidamente. Come una medicina che ho sentito mi avrebbe salvata. Senza disporre di una mappa. Senza una meta precisa. Spinta da un istinto quasi cieco di sopravvivenza. Navigando a vista. Guidata dal filo di quell'unico disperato desiderio di uscire dal buio, di guarire, di smettere semplicemente di soffrire. Pezzi di mondo cominciavano a sgretolarsi, dentro e fuori di me, come un cristallo che si incrina. Il potere di Nam-myoho-renge-kyo esplodeva dentro la mia vita. A volte mi sembrava di impazzire. Eppure continuavo a praticare.
«Vi siete persi nella giungla - scrive il presidente Ikeda - e volete trovare un sentiero per raggiungere l'oceano, ma non sapete quale direzione scegliere. Che fare? La cosa giusta è continuare ad avanzare seguendo il corso del fiume fino a valle. Alla fine si raggiunge il mare» (D. Ikeda I protagonisti del XXI secolo, Esperia, p. 4).
La mia esperienza è stata così. La perseveranza nello sforzo come unica misura del mio avanzare. Fino ad accorgermi un giorno di aver aperto un sentiero nella giungla. Fino a scoprire che anni di perseveranza nel Daimoku e nell'attività - tanta, sempre tanta attività: ciò che chiamiamo "pratica per gli altri", ed è la cura più efficace per la nostra vita - mi avevano condotta fuori. Come quella mosca bianca che monta sulla coda di un cavallo lanciato al galoppo.
Grande, grandissimo è stato il mio sollievo nel verificare che la compassione del Budda era tale da poter abbracciare anche me, così com'ero. Sfocata, ondivaga e indeterminata. Perché la mia natura è anche questo. Impaziente, versatile e indecisa. E ogni volta proprio questa è la mia lotta. La mia sfida.
Ne vale la pena. Perché è vero che determinare è un atto di fede nel potere infinito della nostra vita. Che porsi un obiettivo è un impegno ad agire. Che andare fino in fondo richiede coraggio. Che fino a che non decido tutto sembra inutile. Ma nel momento esatto in cui decido l'universo si spalanca, e ogni cosa diventa possibile.
Nella profondità insondabile del Gohonzon si rimargina la mia antica ferita. I miei desideri non sono più una fuga. Sono la chiave che trasforma il mondo. Costruiscono ponti tra realtà e immaginazione. Ponti per poterci realmente camminare. Bonno soku bodai...
Come nella favola della lepre e della tartaruga. Alcuni sono lepri, altri tartarughe. Ma i veri vincitori sono coloro che avanzano con coerenza per la propria strada finché non arrivano a tagliare la linea del traguardo.

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