Il mio sguardo sul mondo

"L'incontro con papà è stato determinante per la mia fede; ho avuto la risposta dal Gohonzon che è possibile rivoluzionare le relazioni umane per quanto siano compromesse da anni di silenzio".

Sono figlia di italiani, nata in Argentina nel 1951.
La mia vita è stata relativamente serena fino a quando, sul finire dell'adolescenza, mi resi conto che quello che avevo non mi bastava più per essere felice. Intorno a me vedevo l'ingiustizia della povertà, dove la dignità dell'uomo non contava assolutamente niente. Questo sentimento mi portò, insieme al mio fidanzato, ad abbracciare una posizione politica di forte contrasto con il governo dittatoriale che aveva provocato questo grande divario fra le classi sociali. Nel 1977, all'età di ventisei anni, la mia vita fu segnata da un evento terribile che è parte della storia dell'Argentina: mio marito venne sequestrato entrando così nella lunga lista dei trentamila desaparecidos.
Dopo cinque giorni nacque nostro figlio Luis Fernando.
Questo immenso dolore mi portò a indurirmi, a creare intorno a me una condizione dove nessuno potesse farmi del male e quindi a voler restare libera da ogni legame. Mi chiudevo per proteggermi, ma questo l'ho capito molto dopo.

Nel 1984 io e mio figlio ci lasciammo tutto alle spalle, compresi i miei genitori e mio fratello, e venimmo in Italia. Nel 1987 morì mia madre, così mio padre e mio fratello decisero di venire a vivere in Italia. Il rapporto con papà era sempre stato un po' conflittuale e vivendo sotto lo stesso tetto le difficoltà si ripresentarono.
Dopo anni di lavoro, mi capitò l'opportunità di comprare la licenza per un bar-latteria molto carino. E fra i miei clienti conobbi la persona che mi ha fatto conoscere questo Buddismo. Dopo trent'anni trascorsi senza alcuna religione non ebbi problemi a inserirmi, ma mi era più difficile accettare la parte "mistica" del Buddismo, come ad esempio la Legge che permea l'universo.
Il mio primo obiettivo era risolvere la delicata situazione con papà. La convivenza in casa era diventata difficile, al punto che mio figlio e io eravamo sempre fuori casa per evitare discussioni. Dopo tre mesi, nel dicembre del 1995, quando ho ricevuto il Gohonzon si presentò l'opportunità di risolvere la situazione: mio fratello e mia cognata, capendo che la convivenza in casa nostra era diventata insostenibile, decisero di portare mio padre da loro.
Sentivo che stavo iniziando un nuovo periodo della mia vita: avevo cominciato ad approfondire la conoscenza degli scritti di Nichiren Daishonin, a sentirmi parte di un'organizzazione dedita alla pace nel mondo e a comprendere anche che l'artefice della mia trasformazione, della mia rivoluzione umana, ero io.
All'inizio del 1996 arrivò a mio figlio Luis la cartolina per il militare. Non essendo mai stato ritrovato il corpo di mio marito, e a causa di interessi internazionali, la sua morte non era mai stata riconosciuta; ufficialmente risultava che io ero ancora sposata e che Luis aveva un padre. Decisi che a qualunque costo, per principio, lui non avrebbe fatto il militare. Così ho recitato tanto Daimoku e sono riuscita ad attirare l'attenzione dei media italiani e di numerosi personaggi politici che ci hanno aiutato a risolvere la situazione. Sono apparsi articoli su quotidiani, sono stata intervistata in televisione... è stata dura, ma il giorno prima della data di partenza per il militare, abbiamo ricevuto una telefonata da un generale dell'esercito che ci annunciava che Luis non sarebbe partito.
I problemi non arrivano mai da soli e, sempre in quel periodo, una mattina, svegliandomi per andare ad aprire il bar, mi sono accorta che non vedevo niente dall'occhio sinistro. Alla visita oculistica mi consigliarono di ricoverarmi d'urgenza ma io ero l'unica a gestire il locale e non sapevo veramente come fare. Decisi di dare il bar in gestione. Dopo gli accertamenti, la diagnosi fu crudele: sclerosi multipla, una malattia ancora oggetto di ricerca che non prevede la guarigione. In quel momento di grande sofferenza capii che dovevo affrontare la sfida e cominciai a recitare Daimoku per sciogliere quegli aspetti della mia vita che producevano effetti negativi. Determinai che avrei attaccato la malattia con tutte le mie forze e che non mi sarei lasciata intimorire.
Dall'ambiente giungevano continue risposte al mio Daimoku: i medici dell'ospedale con grande disponibilità mi sollevarono da tutte le burocrazie che richiedono i ricoveri e le cure ospedaliere e il primo gennaio del 1997 iniziai una cura di sette giorni in day-hospital. Durante il ricovero ho provato un sentimento di gratitudine verso i miei genitori per avermi donato questa vita e questo fisico che mi permetteva di sostenere egregiamente cure che potevano mettere a dura prova il metabolismo.
In questo periodo in cui non potevo lavorare, recitavo molto Daimoku, e cominciavo ad apprezzare il tempo a mia disposizione e la compagnia di mio figlio, che mi è stato sempre molto vicino insieme agli amici e compagni di fede. La malattia mi spinse a chiedere un consiglio nella fede a Kimiko Kaneda, responsabile delle donne italiane. Lei mi incoraggiò a crescere proprio grazie a questa sofferenza e a utilizzarla per diventare felice. In quel periodo mi veniva spesso in mente la frase del Gosho Felicità in questo mondo che dice: «Considera sofferenza e gioia come fatti della vita e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo qualunque cosa accada» (SND, 4, 157). Piano piano mi rendevo conto che dovevo prendere la vita nelle mie mani, lottando davanti ad ogni sofferenza per trasformarla e decidere di dare una svolta con una nuova partenza: questo era il modo per approfondire la fede. Le "sconfitte" dovevano diventare le "vittorie" della mia vita.
In quel periodo avevo scelto di non vedere la mia famiglia d'origine; ho voluto fare a meno di loro perché mi sentivo soffocata da tutti i problemi ma sapevo d'altro canto che non li avrei mai persi.
Avevo sempre presente l'incoraggiamento di Kimiko Kaneda, consapevole sempre di più che dovevo gestire la mia vita fino in fondo, sostenuta dalla preghiera. Avevo capito che non si può permettere ai dubbi di farci perdere la speranza e bloccarci. Nel frattempo era apparsa all'orizzonte una figura "inquietante": un amico di una carissima compagna di fede. Il mio ideale di uomo era rimasto mio marito e ho dovuto lottare contro la mia mente che rifiutava qualsiasi possibilità di relazione con questa persona; una paura nascosta sotto altre giustificazioni. Anche questa volta decisi di cambiare completamente, finché un giorno mi accorsi che tutta quella paura si era trasformata nel desiderio di sperimentare qualcosa di nuovo. Così quando mi chiese di andare a vivere con lui insieme a mio figlio, mi sentii pronta per questo passo.
Piano piano avevo cominciato a recitare Daimoku per la mia famiglia d'origine, vedendo in ognuno di loro quella parte positiva che non avevo mai considerato. In modo inaspettato, nel settembre 2000, arrivò il momento di rivederli: mio padre era stato ricoverato d'urgenza in ospedale. L'incontro fu molto emozionante e quasi senza parole, sembrava un momento infinito. Cercavo nella mia memoria ricordi belli, ma non li trovavo. In quel momento non sapevo come avrei fatto a sciogliere il veleno che era dentro di noi, ma sicuramente dovevo provare. Mi venne in mente la frase del Gosho: «Non ci sono terre pure o terre impure di per sé; la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente» (Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza, SND, 4, 5). Durante il giorno stavo io con mio padre e di notte mio fratello. Gli ultimi giorni della sua vita li ho vissuti cullata da una sensazione dolcissima. Quando gli parlavo le parole che mi uscivano venivano dal cuore. Non riuscivo a pensare alla sua morte come la fine di tutto, sentivo di trasmettergli tanta serenità e forza. Questo incontro con papà è stato determinante per la mia fede perché ho avuto la risposta dal Gohonzon che è possibile rivoluzionare le relazioni umane per quanto siano compromesse da anni di silenzio. Il mio rapporto con Mario, il mio compagno, è nato sulle basi del dialogo e del rispetto reciproco; mio figlio vive con noi e loro sono diventati amici, ognuno rispettando le differenze dell'altro.
Stavo così iniziando a vedere le mie vittorie. Una famiglia ricostruita e serena e la malattia che si era fermata all'episodio della manifestazione. Sono stata un anno senza poter guidare l'auto perchè non vedevo dall'occhio sinistro, ma adesso la situazione è stabile, anche se ovviamente mi tengo sotto controllo. Ho cambiato lavoro e adesso faccio parte di una cooperativa che si occupa del sociale sul territorio. Lavoro dalle quattro alle sei ore al giorno e adesso nella mia vita c'è spazio per molte più cose di prima. E' arrivato il foglio che attesta il mio stato di vedovanza, per potermi sposare con Mario.
Queste esperienze mi hanno cambiato profondamente. La cosa più bella è questo modo diverso di desiderare la felicità non soltanto per me ma anche per gli altri, e l'aver imparato ad apprezzare la vita con occhi diversi. (M. R.)(dati modificati)
fonte | http://www.sgi-italia.org
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