Un cuore per gli altri

"Recitavo continuamente Daimoku con il poco fiato che avevo, pensando a mio figlio, a mio marito, ai miei genitori, fratelli, parenti, amici... Non potevo andarmene in quel modo! Avevo ancora tante cose da fare e mi affidai completamente al Gohonzon come mai avevo fatto".

Ho iniziato a praticare questo Buddismo nel maggio 1998. La pratica sembrava calzarmi proprio su misura: ho condiviso da subito i concetti fondamentali, mi affascinava la lettura dei libri e conoscere le persone che praticavano da tempo mi trasmetteva un senso di serenità e positività. In questi quindici anni ho sempre cercato di praticare correttamente e molti desideri si sono realizzati: una famiglia appagante, uno splendido bambino di nove anni, un lavoro nell'ambito della moda e della pubblicità - che seguo da quasi vent'anni - nonché viaggi in varie parti del mondo che mi permettevano di conoscere realtà di vita molto diverse dalla mia. Uno degli ultimi obiettivi realizzati era stato l'acquisto di una casa in collina - in fase di ristrutturazione finale - comprensiva di terra, stalla e locali annessi.


Un'esistenza quindi molto dinamica, avventurosa, ricca di avvenimenti e incontri sociali. In questo "bel quadretto" però, ciò che creava disarmonia erano i ritmi troppo frenetici che toglievano gusto e piacere alle normali situazioni della vita quotidiana. Lo stress mio e di mio marito ci distoglieva dallo stare maggiormente insieme a nostro figlio, ai famigliari, agli amici... e ogni cosa intorno rifletteva questa corsa nel tempo. Tempo che intanto passava veloce e non tornava più. Anche la mia pratica, pur abbastanza costante, non arrivava sufficientemente al fondo della mia vita, perché la ponevo sempre a fianco e non al centro della mia esistenza. La stanchezza psicofisica non mi permetteva di partecipare a tutte le riunioni di discussione o di studio: avevo perso un po' il ritmo e sentivo di non essere in sintonia né con me stessa né con il mio ambiente. Sebbene non mi mancasse nulla, sebbene sapessi che con il Sutra del Loto niente poteva essere irrangiungibile sentivo di non essere felice. La verità è che guardavo la vita con gli occhi di una comune mortale e non con quelli del Budda: capivo che doveva cambiare qualcosa di veramente profondo dentro di me, ma razionalizzavo troppo le situazioni e non mi affidavo completamente al Gohonzon.
Agli inizi di giugno del 2008 presi qualche giorno di ferie per organizzare il trasloco nella nuova casa in collina. Il 10 mattina partii con mio figlio Felice, mia suocera e mio cugino con la grande felicità di poter passare i giorni successivi in loro compagnia. Nel pomeriggio portai mio cugino a vedere la casa, Felice intanto giocava spensierato.
All'improvviso mi colse uno strano malore, una sensazione molto brutta mi attanagliò lo stomaco e mi sentii come mancare. Mi sdraiai per un momento, ma avvertii una tristezza infinita che proveniva dal profondo e mi giunsero degli strani segnali di sofferenza e morte. Per un momento credetti che non sarei mai riuscita a vivere in quella casa... Cacciai con forza questi "brutti pensieri" e mi ripresi. Sembrava fosse tutto passato.
Invece stetti malissimo tutta la notte. Nausea e vomito non mi davano tregua e una profonda debolezza mi immobilizzava a letto. Rimasi in quello stato tutto il giorno, avvertendo ancora quel senso di malinconia e tristezza - quasi di rassegnazione - dopodiché decisi di farmi portare all'ospedale più vicino. Al Pronto Soccorso trovai un medico che conoscevo e che per fortuna, dopo la descrizione dei sintomi, mi fece un elettrocardiogramma e un prelievo di sangue. La nausea stava passando, tanto che mia suocera e le persone che mi accompagnavano furono mandate a casa. Dopo circa dieci minuti arrivò un altro medico, un cardiologo, e mi disse che dovevano trasferirmi per ulteriori accertamenti all'ospedale centrale, più attrezzato e con un reparto di cardiologia. Mi ritrovai quindi da sola, sulla barella dell'ambulanza, con maschera d'ossigeno ed elettrodi applicati al torace. Ero ovviamente smarrita e incredula, visto che il mio cuore "tecnicamente" aveva sempre funzionato più che bene, permettendomi addirittura di praticare sport estremi. Nel frattempo cercavo di convincermi che nel giro di qualche giorno tutto si sarebbe sistemato. Iniziai così a recitare Daimoku perché era l'unico appiglio sicuro per avere più forza ed energia in un momento in cui mi servivano in modo particolare. All'ospedale mi portarono nell'Unità Coronarica. Rimasi sotto osservazione tutta la notte e mi fecero tantissimi esami: tracciati, ecocardiogrammi, prelievi, iniezioni... Tutto era sotto controllo ma mi vietarono di alzarmi dal letto. C'era persino una telecamera che non mi perdeva mai di vista, né di giorno né di notte. Chiesi spiegazioni al medico che mi aveva visitato, ma la diagnosi non era per niente chiara. Capivo però che la situazione era grave. Io non potevo fare altro che continuare a recitare Daimoku.
Sebbene nel reparto fosse vietato, mi permisero di usare il cellulare. Così chiamai una mia responsabile. Mi disse di stare calma e recitare più che potevo, come meglio potevo, con la massima determinazione. Non avevo fiato e facevo molta fatica, ma continuai a recitare mentalmente. Avevo con me una copia del Nuovo Rinascimento che un'infermiera conosceva perché aveva praticato per un po'. La incoraggiai a ricominciare.
La situazione non migliorava, anzi era molto preoccupante. Si delineava una diagnosi di miocardite acuta probabilmente virale. Dopo due giorni, durante l'ora delle visite, ebbi un tracollo: tre arresti cardiaci di circa sei secondi l'uno.
Fu chiamato d'urgenza il primario e subito mi trasferirono all'ospedale centrale. La situazione stava peggiorando, si prospettava la necessità di un trapianto cardiaco. Stavo male, respiravo a fatica ed ero cosciente che tutto stava degenerando. Mi applicarono le piastre per un'eventuale rianimazione con il fibrillatore, avevo addosso un groviglio di fili, elettrodi, flebo, tubi e tubicini, tutto faceva pensare al peggio, persino le espressioni del personale, che erano cupe e per niente ottimiste. Riuscii a salutare con un sorriso tutti quanti, in particolare l'infermiera che aveva praticato e la incoraggiai ancora a credere nel Sutra del Loto e soprattutto a parlarne ai pazienti in difficoltà. Sebbene fisicamente mi sentissi "letteralmente" morire, non avevo alcuna intenzione di lasciarmi andare.
Mi mancava tantissimo il mio bambino, mi mancavano tutti e mi resi conto come spesso si sia superficiali nella vita quotidiana che, di per sé, è già un grande tesoro ma che purtroppo non sempre sappiamo apprezzare.
Vidi la preoccupazione sul volto di mio marito che, incoraggiandomi, mi ricordava che a casa Felice mi aspettava. Non riuscivo quasi a respirare, ma nonostante la situazione fosse davvero al limite, determinai fermamente che avrei superato questa crisi. Recitavo Daimoku con il poco fiato che avevo, pensando a mio figlio, a mio marito, ai miei genitori, fratelli, parenti, amici, a tutte le persone che facevano parte della mia vita. Non potevo andarmene in quel modo! Avevo ancora tante cose da fare e mi affidai completamente al Gohonzon come mai avevo fatto prima. Capii che questa era una grandissima occasione per approfondire la mia comprensione della vita - che secondo il Buddismo è dotata di una dimensione cosmica e di un infinito potenziale - e per ottenere una condizione di vita più alta. Come scrive Nichiren Daishonin, «la malattia stimola lo spirito di ricerca della Via» (SND, 7, 249). Dovevo vincere a ogni costo! Perché questa volta in gioco c'era la mia vita.
Arrivai al centrale dove immediatamente mi applicarono nella femorale uno stimolatore cardiaco - in caso di altri eventuali arresti - e due cateteri, uno direttamente nell'aorta, l'altro nel ventricolo sinistro. Sopportai queste applicazioni per quasi tre ore e alla fine fui riportata in Unità Coronarica. Cercai di rassicurare mio marito e suo fratello anche se probabilmente, solo guardandomi, non era facile pensare che avrei superato la notte. Continuai a recitare per sei, sette ore. La mattina dopo i medici confermarono la diagnosi di miocardite acuta virale con scompenso cardiaco, trasmessa probabilmente da una banale tracheite. Dissero che per poter iniziare una cura avrebbero dovuto farmi una biopsia cardiaca (rabbrividii solo sentendo il termine) nonché una coronaroventricolografia per accertare che le coronarie fossero indenni. Diedi l'autorizzazione e feci questi due esami molto invasivi un paio di giorni dopo. Se uno era confortante, e diceva che le coronarie erano salve, l'altro invece rivelò molte cellule in necrosi e un'infezione molto pesante al miocardio. Insomma, non mi diedero molte speranze, dissero soltanto che tutto dipendeva da come avrebbe reagito il mio fisico. Chiesi a un'infermiera di appendere al muro alcuni disegni che mio figlio aveva fatto per me. Era un modo per sentirlo più vicino. Uno in particolare mi dava una forza incredibile, visto che riusciva a trasmettermi un grande senso del futuro: vi si vedeva un albero, con tanti frutti, e la scritta «questo è il nostro ciliegio da grande».
L'arrancante ritmo di galoppo del mio cuore - insieme al fatto che altri organi vitali avrebbero potuto essere compromessi - preoccupava molto i medici. Durante quella notte aumentai ancora di più la determinazione e il Daimoku. La mattina dopo il ritmo di galoppo non c'era quasi più. Notai lo stupore di tutta l'equipe medica che si complimentò con me per l'inatteso e rapido miglioramento. Dissero che stavo dando loro delle grandissime soddisfazioni! Capii che la situazione era alquanto anomala perché clinicamente il mio cuore non avrebbe potuto avere, in così breve tempo, una ripresa di quelle proporzioni.
Quella stessa mattina ebbe inizio una terapia di attacco con forti dosi di cortisone che tollerai in modo eccellente. Tutti i miei sforzi erano indirizzati a recitare quanto più potevo. Capii soprattutto quanto il tempo fosse importante, visto che in quella situazione avrei anche potuto non averne più molto. Eppure, ora dopo ora, la situazione migliorava: ero sempre molto debole e immobilizzata a letto ma avevo riacquistato molta energia. Restava ancora molto da fare, ma avevo già ottenuto un risultato incredibile. Medici e infermieri mostravano attenzioni particolari verso di me e presto si instaurò con loro un rapporto di complicità indirizzato a un comune risultato di vittoria. In effetti così fu. Dopo circa dieci giorni mi trasferirono infatti al centro di riabilitazione - dove rimasi quasi un mese - per iniziare la fase di recupero.
Ero felice di essere di nuovo autosufficiente, potevo camminare, fare ginnastica, andare in giardino, incontrare e parlare con altri ammalati. Ero semplicemente felice di essere viva. In mezzo a tanta sofferenza mi resi conto che in quel momento la mia missione era di far conoscere questa pratica alle altre persone, non solo quelle che soffrivano ma anche medici, infermieri, fisioterapisti, parenti e devo dire che mai come in quel periodo riuscii a trasmettere il Buddismo con tanta convinzione. Stavo finalmente aprendo la mia vita agli altri, stavo capendo che ogni azione sincera per il bene degli altri procura una gioia immensa. Fino a quel momento invece tutti i miei sforzi erano stati indirizzati solo al mio miglioramento personale e i risultati si erano quindi dimostrati limitati. Questa, mi resi conto, era sicuramente una delle cause del mio "impasse", ma finalmente stavo riuscendo a superarlo. Risolvere un grosso problema significa determinare di sradicarlo alla radice, quindi arrivare a un profondo cambiamento.
Nel frattempo le cose, fuori dall'ospedale, si erano susseguite a incastro, come un mosaico. Il lavoro, nonostante fossi ammalata da più di un mese, era proceduto a gonfie vele e la mia assistente aveva dimostrato grande responsabilità e professionalità. I miei famigliari avevano riacquistato il sorriso, i miei genitori avevano recitato Daimoku per me, per la prima volta nella loro vita, mio figlio aveva dimostrato grande maturità e un coraggio da "leoncino" e la famosa casa in collina era praticamente finita, imbiancata a nuovo, pronta ad accoglierci. Inoltre avevo apprezzato moltissimo la visita della mia responsabile, che mi è stata sempre vicina dandomi ottimi consigli. Per non parlare della gioia di rivedere la persona che tanti anni prima mi aveva parlato della "strategia del Sutra del Loto": la ringraziai di cuore di averlo fatto. Avevo goduto di grande protezione, ero stata fortunata a incontrare sul mio cammino medici preparati e attrezzature all'avanguardia che avevano contribuito alla mia guarigione.
Passai l'intera estate con la mia famiglia.
Nei mesi successivi feci diversi controlli medici. A novembre ebbi la conferma definitiva della mia grande vittoria. In media in questi casi, ammesso che si riesca a superare la fase acuta, in seguito si rende necessario un trapianto o comunque permangono danni cardiaci. Invece il mio cuore era tornato normale senza aver subito nessun danno fisiologico! Provai un grandissimo senso di gratitudine verso il Gohonzon. E visto che solo sconfiggendo un potente avversario si può determinare il proprio valore, ho deciso di non dimenticare mai lo spirito e l'atteggiamento tenuto in quei momenti cruciali. Adesso ho l'impressione che ogni giorno di vita sia un giorno di vita in più. (S.T.)(dati modificati)
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Commenti

  1. Grazie mille per aver condiviso questa esperienza davvero potente! L'ho letta non senza un po' di batticuore... e mi ha insegnato senz'altro tantissimo!

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  2. mi associo! letta tutta d'un fiato, emozionante, vivissima. quante volte abbiamo tutti la sensazione di inseguire il tempo, presi negli impegni quotidiani. dove scrivi "la pratica era a fianco dell'esistenza, non al centro" mi hai colpita, perché efettivamente anch'io spesso la relego a quella posizione. grazie grazie e ancora grazie. la condivisione tra compagni di fede è una cosa meravigliosa!

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