Insegnare il coraggio

"Tante volte sono uscita distrutta, ho pianto, ho pensato di non riuscire a fare questo lavoro. Ho dovuto fare appello a tutta la mia fede per credere fino in fondo che "io sono un Budda e merito rispetto".

Quest'esperienza parte da un sogno, un sogno tenuto per anni nel cassetto, che ho deciso di trasformare in realtà. Nel novembre 2001 mi sono laureata. Sì, a quarantun'anni! Per raggiungere questo traguardo ho lavorato e studiato per dodici anni. Avevo smesso di studiare a quindici anni e quattordici anni dopo, nel 1989, avevo deciso di iscrivermi alle scuole serali per prendere un diploma. In quel periodo lavoravo in fabbrica come centralinista-portiera-tuttofare. Dopo il diploma mi appassionai tanto allo studio da iscrivermi all'università. Avevo solo trent'anni, ma spesso trovavo persone che mi chiedevano perché studiassi ancora alla mia età. Io rispondevo che studiavo perché mi piaceva e che sognavo fin da piccola di fare l'insegnante. Immancabilmente le risposte erano: «Troppo difficile, troppi precari nella scuola, ma saresti disposta a fare la precaria?».



Nel 2000 incontrai il Buddismo e subito sentii di aver trovato la mia filosofia di vita perché insegnava a credere nei propri sogni e porsi grandi obiettivi. Uno dei primi benefici fu conseguire la laurea con il massimo dei voti. Ma dopo questa grande soddisfazione la mia vita lavorativa non era affatto migliorata. Dal 1991 ero custode al Museo degli Uffizi, un lavoro che mi aveva permesso di studiare, ma una volta laureata cominciava a diventare sempre più arduo trovare un senso in quell'immobilità, in quel non fare niente, aspettando che finisse la giornata lavorativa. Il Buddismo però mi insegnava a fare al meglio anche il lavoro più umile e che con ogni attività si può creare valore. Cominciai a sforzarmi in questo senso con due scopi precisi: creare armonia con i colleghi e cambiare lavoro.
E arrivò la svolta! Nel 2004, inaspettatamente, venne bandito un concorso a cattedre e abilitazione all'insegnamento. Era la mia occasione! Mi iscrissi a un corso preparatorio, entrai per la prima volta in contatto con il mondo della scuola e... mi spaventai. C'era un esercito di precari ricco di punteggi e di esperienza che da anni aspettava questa occasione per entrare di ruolo e un altro esercito di persone giovani, preparate, senza lavoro e che volevano lavorare. Ma io cosa ci facevo là? In fondo un lavoro ce l'avevo e molte sono state le volte che ho pensato che per me era impossibile farcela... ma sapevo anche che non mi sarei tirata indietro. Il giorno della prova scritta recitai Daimoku fino all'ultimo secondo prima di entrare e poi scrissi per otto ore.
In questo clima di agitazione arrivò la notizia che l'Università di Pisa aveva istituito un corso post laurea di due anni che rilasciava un attestato di abilitazione per l'insegnamento. Anche questa era una strada per realizzare il sogno, anche se più lunga, faticosa, costosa e difficile. In quei momenti di confusione mi feci guidare dall'esempio e dalle parole di Ikeda: bisogna fare tutto quello che c'è da fare, senza tirarsi indietro. Feci domanda di ammissione a questa scuola e al tempo stesso decisi di svolgere attività come volontaria al centralino del Centro culturale di Firenze. Superai la prova di ammissione, mi iscrissi, frequentai tutti i giorni, lavorando, studiando per l'orale del concorso, facendo attività, badando alla famiglia... Dopo alcuni mesi uscirono i risultati degli scritti del concorso ed ero passata! Riuscii a superare anche la prova orale, ero alle stelle, ma immediatamente dopo crollai e mi ammalai. Dopo una settimana Patrizia, amica e compagna di fede, mi chiese se avevo inviato i documenti. La graduatoria sarebbe stata formata dai voti delle due prove e dai titoli che bisognava presentare dopo averle superate. E io, dopo tanti sforzi, mi ero dimenticata di spedirli! Disperata, andai al sindacato e, proprio quando tutto sembrava perduto, avvenne la svolta "mistica" di questa grande avventura. L'addetta del sindacato mi spiegò come rimediare e poi mi chiese: «Ma hai fatto domanda di riserva?» (La "riserva" spetta agli appartenenti alle categorie protette a cui appartengo in quanto invalida civile perché poliomielitica. E, secondo la legge, ogni dieci assunti ha diritto all'assunzione una persona appartenente alle categorie protette). Io risposi che non avevo diritto alla riserva perché non ero disoccupata. E lei mi comunicò che era appena entrata in vigore una legge che garantiva la posizione di riserva anche a coloro che lavorano; così, per farla breve, dopo una serie di travagliate vicissitudini, incluso un lungo e difficile ricorso al TAR, dopo un anno e mezzo il Provveditorato di Lucca riconobbe la mia riserva e venni assunta con presa di servizio dal settembre 2009.
Eravamo a gennaio 2009, ero felice, avevo raggiunto il mio sogno, ma c'erano altri scopi da raggiungere. Volevo una sede vicino a casa o quantomeno in città perché avevo terrore all'idea di percorrere strade che mi portassero lontano. L'ansia condiziona la vita delle persone perché si ha paura di tutto e si tende a fare solo quello di cui non si ha paura, ma alla fine le possibilità di movimento si restringono al punto che non sei in grado di fare più nulla. Ora che la mia vita era a una svolta ricominciavo ad avere paura, paura di essermi infilata in una storia più grande di me che non sarei riuscita a sostenere e per la prima volta pensai che forse dovevo accettare di curarmi anche con psicofarmaci. Mi sentivo arresa, proprio ora che dovevo invece sentirmi forte, capace, responsabile dei ragazzi di una classe, mentre il fatidico settembre si avvicinava sempre di più. Chiesi un consiglio nella fede e mi fu risposto di essere disposta ad accettare questo problema dell'ansia fino in fondo e trasformarlo facendolo diventare il motore della mia rivoluzione umana, decidendo di trovare le cure giuste, senza sentimenti di sconfitta, sensi di colpa o sfiducia.
Agli inizi di giugno uscirono le graduatorie e mi fu assegnata una scuola media vicino a casa! Il Gohonzon mi stava dando un ulteriore segnale che quella era la mia strada. Ma ora veniva la parte più difficile: la mia esperienza poteva dirsi conclusa solo dopo aver capito se ero davvero capace di insegnare.
Arrivò il primo giorno di scuola, il 16 settembre 2009, ed ero piena di interrogativi: sarei stata in grado io, piena di paure e di ansie, di essere un punto di riferimento per i ragazzi, di insegnare loro non solo qualcosa di importante, ma almeno qualcosa? Io, che in fondo non mi ero mai presa la responsabilità di nessuno, se non di me stessa e forse nemmeno fino in fondo, perché avevo sempre avuto bisogno di qualcuno e di qualcosa che mi desse sicurezza e protezione! Perché avevo voluto infilarmi in questa esperienza? Ma dentro di me sapevo la risposta: volevo vincere sulla mia paura, vincerla una volta per tutte o almeno vincerne un altro pezzo. Allora basta lamentarsi, l'unica cosa da fare era recitare Daimoku e così decido di andare oltre il mio limite di recitazione giornaliera, cioè un'ora, e di studiare di più, cercando tutti i giorni di fare al meglio il mio lavoro, pregando per i ragazzi, soprattutto per i più difficili, quelli che non ascoltano e sembrano non avere stima di me.
In tanti momenti mi sono sentita piccola, con la stessa paura di allora, paura degli altri bambini che quando mi vedevano camminare mi dicevano cose cattive! Ho rivisto gli stessi sguardi; mi hanno chiesto il numero di scarpe, perchè porto queste scarpe, un ragazzino mi ha offeso sul quaderno. Ho capito che essere un'insegnante con delle difficoltà fisiche è più difficile. Le diversità sono lette nella nostra società come debolezze e i ragazzi lo sanno bene, quindi per me acquisire un ruolo autorevole era più difficile che per altri. Tante volte sono uscita distrutta, ho pianto, ho pensato di non riuscire a fare questo lavoro. Ho dovuto fare appello a tutta la mia fede per credere fino in fondo che "io sono un Budda e merito rispetto". Ho scritto queste parole sotto al Gohonzon, e per un po' di tempo ho lavorato su questo principio: solo se percepiamo la nostra Buddità possiamo percepire quella degli altri. Ho capito anche che è importante provare gioia perché solo così si combatte la parte oscura della nostra vita. Io non provavo gioia, solo fatica, una fatica immane. E invece volevo sentire la mia Buddità, sentire gioia nella mia missione, vincere questa prova. Un giorno mentre ero a fare un turno al centralino del Centro culturale passa di lì il signor Kaneda, e sento il desiderio di chiedergli un consiglio. Mi risponde semplicemente: «Per imparare questo lavoro ci vogliono due-tre anni, bisogna avere pazienza. Osservare gli altri insegnanti, chiedere come si fa e diventare amica dei ragazzi più tremendi. Accettare di non sapere e di imparare».
Ora siamo al 13 giugno 2009, la scuola è terminata, so che non sarà semplice nemmeno il prossimo anno, ma so che ce la farò, non ho più così tanta paura dei ragazzi, so farmi rispettare, prego sempre per avere un'immensa compassione nei loro confronti e, grazie a questa, far emergere le massime potenzialità di ognuno di loro.
È stato un anno in cui ho lottato tutti i giorni con la mia paura e la mia ansia e non mi sono tirata indietro, non ho preso psicofarmaci, non sono scappata dall'aula. Ho terminato l'anno riuscendo a guardare i ragazzi negli occhi, mentre vedevo la loro bellezza, le loro difficoltà e la loro sofferenza. Spesso ho provato piacere nel programmare e realizzare cose insieme a loro. Una ragazzina dislessica ha scritto in un tema che sono l'insegnante che preferisce perché la capisco più degli altri, tre alunni il giorno dopo la fine della scuola sono venuti a salutarmi a casa.
Queste sono le mie prime vittorie, l'obiettivo che mi sono posta è grande: voglio diventare una brava insegnante per kosen-rufu. (A. M.)(dati modificati)
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Commenti

  1. "ho lottato tutti i giorni con la mia paura e la mia ansia e non mi sono tirata indietro, non ho preso psicofarmaci, non sono scappata"... grazie per queste parole e questa esperienza!

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  2. Grazie per averci raccontato la tua esperienza. La mia e' molto simile e sto ancora lottando per un posto per giunta in un continente lontano. Grazie

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