Ho ritrovato me stessa in un campo profughi

Ogni giorno, vedevo scorrere in TV le immagini della guerra nella ex-Yugoslavia e quando seppi che da Ancona partivano ogni settimana dieci volontari per Posusje, in Bosnia, pensai che era quella la grande occasione che stavo cercando. Anni prima ero stata molto attiva in campo sociale e politico; in seguito non avevo più partecipato a iniziative concrete, ma alcuni ideali, specialmente la pace e la libertà, mi erano rimasti nel cuore. Ero certa che prima o poi avrei rispolverato questa mia “antica” passione, ma intanto il tempo trascorreva in tutt’altre occupazioni
Finché, dopo quasi dieci anni di pratica buddista, mi dissi: il lavoro mi lascia molto tempo libero, perché non utilizzarlo per partecipare a un’iniziativa umanitaria? E cominciai a recitare per avere la possibilità di dedicarmi agli altri con tutta me stessa. Così partii per l’unico campo profughi gestito totalmente da associazioni laiche italiane e vi rimasi un mese, nonostante che, di regola, i volontari potessero fermarsi solo una settimana. In quel luogo mi sono trovata a diretto contatto con un popolo stremato. Sono state settimane dense di forti emozioni e a volte terribili, e per la prima volta nella mia vita ho capito il significato di “darsi” senza riserve al solo scopo di portare la felicità agli altri.
Gli ospiti del campo profughi erano più di trecento: tutti musulmani e in gran parte provenienti da campi di prigionia. Tra loro c’erano bambini senza genitori, anziani soli e adolescenti già privi di ogni speranza. Anche se non conoscevamo la loro lingua, comunicare col cuore era facile, soprattutto con gli anziani e con i bambini che subito ci hanno voluto bene. Grazie all’unità che si era creata tra tutti i volontari, benché provenissimo da esperienze diverse, siamo riusciti infine a comunicare anche con i giovani.
Non era facile perché il conflitto li ha chiusi a ogni forma di contatto umano. Trovandomi in mezzo a loro mi imposi di non giudicare niente e nessuno: né la guerra né tantomeno le vittime. Volevo solo essere d’aiuto e l’obiettivo che mettevo ogni mattina nel mio Gongyo era quello di ridare a queste persone fiducia nella vita.
La tensione affrontata durante il mese trascorso a Posusje è emersa dopo il mio ritorno a casa. Ero diventata taciturna e molto scontrosa, non avevo voglia di far nulla e nulla mi sembrava importante. Davvero strano per una persona come me sempre attiva e gioiosa. Ho passato parecchio tempo in questo stato, finché non ho deciso di dire “basta” e di recitare a più non posso per sbloccarlo. Ci sono riuscita e poi ho proseguito in Italia l’impegno che avevo iniziato in Bosnia. Ho fatto in modo che si creasse un nucleo di Times for peace nelle Marche. Si tratta di un coordinamento a livello internazionale al quale aderiscono associazioni di diversa ispirazione. Sotto l’egida di questa struttura ho organizzato una conferenza, una mostra e una festa-concerto il cui ricavato è stato interamente devoluto ai popoli della ex-Yugoslavia. Ancor oggi mi dedico ai profughi di Posusje, gli stessi che avevo lasciato in Bosnia prima che la guerra divampasse anche in quella zona. Tutti i 300 profughi, infatti, sono stati costretti a fuggire in Italia e, dall’estate scorsa, molti di loro si sono rifugiati nelle Marche.
Spero ora di raccogliere intorno a queste iniziative sempre più persone desiderose di impegnarsi in prima linea sui fronti della non-violenza e della solidarietà. (S. C.)(dati modificati)
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Commenti

  1. http://www.balcanicaucaso.org/Dossier/Cercavamo-la-pace

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