Finalmente libera

«Mi fu chiesto se volevo ricevere il Gohonzon ma io avevo paura; era un’ulteriore responsabilità e non sapevo se avrei continuato a praticare tutta la vita. Ma, quando alla fine mi decisi, ci furono benefici ancora più grandi».

Ho più di settant'anni e sono nata in un piccolo paese del sud. La mia vita è stata un inferno: quando avevo sedici anni conobbi un bel ragazzo, me ne innamorai e pochi mesi dopo ci sposammo. Ero felice ma ben presto mi accorsi di come lui fosse veramente: violento, mi tradiva con altre donne, parte dei soldi che guadagnava li perdeva al gioco e ogni scusa era buona per picchiarmi. A diciotto anni ho avuto la prima figlia, a ventiquattro ne avevo altri tre: un’altra femmina e due maschi.
La mia vita scorreva fra violenze fisiche e psicologiche; mio marito faceva il camionista e spesso era fuori città e questo per me e i miei figli era una liberazione, ma quando tornava era l’inferno tanto che in qualche occasione ci lasciò a terra svenuti per le botte. Si sentiva il padrone e una volta, a Pasqua, tornato dal lavoro con una banale scusa, ci picchiò brutalmente. I bambini gridavano e così la padrona di casa stanca di questa situazione chiamò i carabinieri che lo arrestarono per una settimana ma, quando tornò a casa, niente era cambiato.
Pregando davanti al crocifisso desideravo che morisse, così io e i miei bambini saremmo finalmente stati liberi e sognavo tutte le cose che avrei potuto fare: lavorare, mettermi i pantaloni, andare a ballare, frequentare la scuola… ma sentivo che non ce l’avrei mai fatta. Cosi la mia vita scorreva e i miei figli crescevano nel terrore del padre ma, nonostante tutto, s’impegnavano a scuola con profitto. Mi rendevo conto che per le figlie il mio affetto in qualche modo bastava, ma per i due figli non fu così. Il maggiore cresceva con sofferenza, fin da piccolo voleva fare le cose che facevano le sorelle: giocare con le bambole, ricamare… finché a tredici anni confessò a una sua amica di sentirsi donna. Quando lo seppi ero impreparata ad aiutarlo e così dopo il diploma si trasferì a Milano, deriso dal suo paese e forse emarginato anche dalla famiglia. Lì trovò solo la droga e il marciapiede; ogni tanto tornava a casa per disintossicarsi ma quando ripartiva ricominciava tutto da capo. Questo inferno è durato quindici anni. Anche Rosi e Carlo si trasferirono, a Firenze, mentre la mia prima figlia viveva a trenta chilometri da me. Così a quarantotto anni mi ritrovai completamente sola con la mia sofferenza, senza i figli e con mio marito sempre uguale.
Mi sentivo fallita e morta dentro: aiutare i miei figli, che tanto amavo, era l’unico scopo della mia vita. Nel 1989 Rosi conobbe la pratica buddista e me ne parlò al telefono, così cominciai a recitare Nam-myoho-renge-kyo da sola e pian piano qualcosa dentro di me cambiò. Interiormente percepivo pace e tranquillità, avevo sempre tanta sofferenza ma mi sentivo più forte e… mi piaceva recitare Daimoku! Appena avevo un attimo libero ripetevo quella strana frase, di nascosto a mio marito, così decisi di andare a Firenze da mia figlia per approfondire l’argomento e avere qualche recapito a cui rivolgermi una volta tornata a casa. Da lì seppi che mio figlio, che ormai si faceva chiamare Erica era in ospedale per disintossicarsi, così io e Rosi l’andammo a prendere e la portammo con noi a Firenze e anche “lei” iniziò a praticare il Buddismo. Ma, quando ritornai al paese, mio marito mi accolse a suon di botte e così andai a vivere dalla figlia maggiore per tre mesi, periodo durante il quale i tanti nuovi amici buddisti mi hanno aiutato attraverso la loro esperienza e incoraggiato a praticare correttamente.
Così, grazie al Daimoku che avevo fatto, mi sono sentita finalmente pronta ad affrontare mio marito e dirgli quello che per trent’anni avevo taciuto. Sorpreso e allibito dalla mia audacia mi chiese di tornare da lui, promettendomi che sarebbe cambiato. Ma tutto durò molto poco, perché tornando da un viaggio di lavoro, durante un litigio, cercò di uccidermi con una vanga. Mi salvai per miracolo, scappai e andai a vivere in Francia da mia sorella, dove trovai lavoro in una fabbrica. Era il 1991, finalmente mi sentivo libera e pronta a iniziare una nuova vita. Ma non avevo ancora deciso di praticare fino in fondo, mettevo la mia fede all’ultimo posto e recitavo Daimoku solo ogni tanto. Poi, quando sembrava andare tutto “apparentemente” per il meglio, ricevetti una telefonata da Firenze. Mio figlio Carlo era ricoverato in ospedale per una malattia che non lasciava speranze. Tornai immediatamente in Italia per assisterlo, ma purtroppo ci lasciò venti giorni dopo, a soli ventiquattro anni. Il mondo mi crollò addosso.
Era una sofferenza schiacciante ma dovevo trovare la forza di reagire per mia figlia Erica che ancora si drogava e per l’altra figlia, che mi aveva fatto conoscere il Buddismo e che dopo la morte del fratello attraversava un grave momento di depressione. Così mi sono “armata” e ho deciso di praticare il Buddismo davvero. Cominciai a recitare Daimoku dalle cinque alle sette ore al giorno, seguendo anche un consiglio sulla fede dove mi fu spiegato che dovevo fare la mia rivoluzione umana invece di scappare dai problemi come avevo fatto fino ad allora. Anzitutto mi dovevo fermare, trovare una casa e un lavoro stabile a Firenze, insomma cominciare a gettare le basi della mia vita. Appena ebbi chiarito gli scopi, il Daimoku cominciò a dare i suoi frutti: trovai subito una casa, con un piccolo giardino come desideravo, e incredibile… tutto gratis! Trovai anche un lavoro stabile la sera, così durante il giorno potevo recitare Daimoku e dedicarmi all’attività buddista. Mia figlia Erica venne ad abitare con me e cominciò a recitare anche se in maniera discontinua. Voleva ricostruirsi una vita e lottava per smettere di drogarsi; cercò più volte di trovare lavoro ma non è facile farsi accettare per una persona che si ritrova a essere donna in un corpo da uomo e con documenti di sesso maschile.
Ogni volta veniva respinta e si scoraggiava. Io continuavo a recitare Nam-myoho-renge-kyo con forza per sostenerla e infatti anche in quei momenti il Gohonzon si rivelò incredibile: Erica trovò finalmente un lavoro anche se per un breve periodo di tempo ed era la cosa che aveva sempre sognato: recitare in uno spettacolo teatrale che parlava di persone con i suoi stessi problemi e che sarebbe andato in tournée in alcune città d’Italia. Fu una grande spinta per andare avanti. Io continuavo a recitare per la sua felicità e “misticamente” fu invitata al Maurizio Costanzo Show, dove conobbe una persona che le permise di operarsi gratuitamente al volto, rovinato precedentemente da inserimenti sbagliati di silicone. Mi fu chiesto dai miei responsabili se volevo ricevere il Gohonzon ma io avevo paura; era un’ulteriore responsabilità e non sapevo se avrei continuato a praticare tutta la vita ma, quando alla fine mi decisi, ci furono benefici ancora più grandi. Il primo scopo era che Erica potesse diventare donna anche fisicamente. Per fare questo tipo di operazioni chirurgiche nelle strutture private occorrevano tantissimi soldi e in quelle pubbliche c’erano tempi d’attesa lunghissimi. Mi affidai completamente al Gohonzon senza pensare alla soluzione e dopo poco chiamarono Erica perché si era liberato un posto. Si operò dove voleva lei, con il professore che voleva e senza spendere una lira. E un anno dopo fummo inaspettatamente chiamate, pensate… d’agosto, per avere anche il cambio dei documenti.
Ora a tutti gli effetti è donna e in casa abbiamo creato una bella armonia. Erica sta lavorando e si è diplomata come operatrice di comunità, una professione che le piace moltissimo, ogni tanto recita Daimoku con me e mi sostiene sempre. E io, che avevo sempre tanta paura, oggi sono responsabile di un gruppo. Anche i rapporti con mio marito sono cambiati molto: ognuno di noi si è rifatto una vita, mi rispetta, non nutriamo rancori reciproci e abbiamo un bel rapporto come due vecchi amici, anzi una volta ha persino recitato Daimoku con me! Inoltre mia figlia Rosi si è felicemente sposata e la più grande, è madre di quattro splendidi bambini. Oggi mi sento una donna libera e sono finalmente in grado di poter fare tutto quello che ho sempre desiderato: lavorare, mettere i pantaloni, andare a ballare e quest’anno conseguirò il diploma di scuola media inferiore. Ma il più grande beneficio è che adesso sento di non aver più paura di niente perché so che con il Daimoku posso trasformare l’impossibile in possibile. (A. T.) (dati modificati)
stampa la pagina

Commenti

  1. Buongiorno a tutti,la prima volta che ho conosciuto il buddismo, è stato in ospedale tramite questa ragazza che ha la mia stessa patologia,in pratica mi faceva sciacubuku tutti i giorni,un giorno mi portò ad una riunione principianti,me ne scappai subito,dicendo fra me e me,ma questi son tutti scemi,sentili un pò,ma poi un giorno cominciai a cercare questa ragazza e li dissi,potrei ritornare ad un altra riunione? Vorrei conoscere il buddismo un po meglio,scusatemi se me ne son fuggito velocemente,come mai non ho notato nessuno arrabbiato? E mi salutarono tutti con un sorrisone gigantesco,rimasi molto colpito. E mi disse uno non diventerà mai unn vero buddista se si arrabbia per queste piccolezze,rimasi molto colpito anche da questo,dal giorno cominciai a praticare correttamente,bellissimo,ho ricevuto il Gohonzon e son diventato anche Sokan,con gli anni di pratica si sente che la vita cambia in positivo,parola di uno scettico grandissimo.

    RispondiElimina

Posta un commento

Il tuo commento è in moderazione.